Al Nigat tutti bene: Francesca – di Gigi Beltrame & Gian Luca Bocchi

La pandemia ha attirato la nostra attenzione perché ci tocca da vicino, riguarda le nostre vite di tutti i giorni, ci rende tutti uguali: paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, ricchi e poveri, mondo industrializzato e resto del mondo.

Ma non è così.

La pandemia arriva nelle nostre vite per quello che erano, ci accompagna nella nostra quotidianità, mette a dura prova la nostra società così ben organizzata, e ognuno di noi può immaginare cosa comporti nelle aree più povere del mondo, attanagliate dalle difficoltà di sempre.

Non ci sono solo le parole, ci sono sempre di mezzo le persone.

Persone che fanno, persone che narrano, raccontano, e persone che ascoltano.

Alcune volte siamo fortunati perché da ascoltatori possiamo rinnovare il processo e trasformarci in persone che fanno, dando una mano con quello che abbiamo, con quanto possiamo attraverso una donazione anche di soli 5 Euro.

Clicca sull’immagine per donare

Ognuno di noi viene a conoscenza di qualche bel progetto da sostenere tutti i giorni.

Io e Gigi Beltrame vi proponiamo questo perché è quello più vicino a noi e perché ci tocca il cuore.

Siamo infatti un gruppo di famiglie che si è conosciuta ed è cresciuta come genitori all’interno della parrocchia di Santa Maria del Suffragio, in Corso XXII Marzo a Milano.

Fin da subito c’era una ragazzina che si è occupata dei nostri figli all’interno delle varie proposte: durante la messa, nel catechismo, all’oratorio estivo, nelle varie gite estive o durante l’anno.

Si chiama Francesca.

Quella ragazzina nel tempo è diventata una donna e ha fatto progressivamente le sue scelte d’impegno e di volontariato. Siamo quindi qui per darle una mano.

Vi riproporremo questo tema nei prossimi fine settimana e potrete iniziare ad informarvi e a donare a questa pagina internet dove troverete maggiori informazioni sul progetto di sostegno alle mamme del Nigat, che vivono o rischiano di vivere per strada con i loro figli a Addis Abeba.

Clicca sull’immagine per accedere alla descrizione de progetto

Vi rinviamo a quella pagina e ai nostri prossimi aggiornamenti circa l’iniziativa perché oggi vorremo parlare di Francesca grazie a una breve intervista redatta da Gigi.

Francesca, 27 anni, maestra in una scuola elementare milanese, ha dedicato parte della propria vita e continua ancora per un progetto in una parte del mondo davvero povera, ma soprattutto a un anello debole, debolissimo. Ma capiamo chi è Francesca.

Se dovessi partire da una frase che ti ha ispirato, cosa ti viene in mente?

Sono due: “amatevi gli uni gli altri” e “Siate sempre capaci di sentire nel profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo”.

Perché?

Queste due frasi animavano il mio cuore quando ho iniziato a “sentirmi” crescere. A scuola, in oratorio, nelle attività di volontariato che svolgevo, cercavo un trait d’union tra gli ideali di umanità che mi smuovevano il cuore e la voglia di giocarmi in prima linea. Gli anni del liceo e poi dell’università sono sempre stati animati da una grande voglia di mettermi in gioco: da sola, con amici, accompagnando i ragazzi più giovani,… sempre con il desiderio di fare la propria parte per un mondo più giusto, accogliente, egualitario, aperto. Sentivamo che questo desse un sapore particolare alle nostre vite e rendesse ogni ambiente che frequentavamo una casa dove viverci, con gli altri e per gli altri.

Come ti sei avvicinata all’Etiopia?

Dopo alcune esperienze di missionarietà brevi vissute con l’associazione “In missione Amici del Sidamo” nelle estati del 2012, 2014 e 2016 vibrava dentro di me la voglia di capire e scoprire come mai mi sentissi tanto legata alle terre, ai volti e alle contraddizioni incontrate in Etiopia. Al termine degli studi universitari ho iniziato a lavorare come insegnante elementare, sperimentando che la carriera intrapresa era proprio la strada giusta per me. Eppure, una voce, silenziosamente (ma non troppo), si faceva strada e mi portava sempre più spesso alla domanda: perché non io? Perché non ora? Così ho deciso di rispondere: TOCCA A ME.

Da dire “tocca a me” a “fare qualcosa” il passo non è scontato.

No. Ma sono partita nell’estate del 2018 e sono rientrata in Italia a settembre del 2019. È stato un anno pieno e intenso: la scuola di lingua, imparare a guidare, provare a conoscere e soprattutto ad accogliere le storie delle persone incontrate…

E cosa hai fatto in quell’anno?

Sono stata destinata al progetto Nigat (Alba in amarico), un progetto per ragazze madri. Ho lavorato insieme a Laura e a un’equipe di lavoratori locali nel cuore di Addis Abeba, accogliendo in progetto ragazze che arrivano da ogni parte dell’Etiopia.

Una realtà molto dura. Cosa significa essere ragazze madri in Etiopia?

Le ragazze arrivano per strade diverse e con storie diverse, qualcuna con l’esperienza della strada, qualcun’altra con quella dell’abbandono, altre ancora… Riuscire spiegare ciò che loro vivono è davvero complesso ma, soprattutto, può essere difficile accogliere ciò che la vita ha loro offerto e farlo un dolore condiviso e un punto di partenza comune. In questo anno trascorso con loro ho provato a capire cosa vuol dire essere madri e a riscoprire quanto è importante essere ragazze. Molte sono delle bambine, stanno crescendo e allo stesso tempo devono crescere i figli. Sono ragazze che vengono dalla campagna, abbandonate dalle famiglie e devono provvedere a loro stesse a i piccoli.

E come si fa a camminare al loro fianco?

Ho trascorso il tempo lentamente, spesso semplicemente seduta accanto a due o tre mamme a condividere i momenti di cura e quelli di gioco con i loro bambini, provando a essere specchio di ciò che ognuna di loro può essere. Ho assistito alle lezioni di cucina o ho improvvisato lezioni di matematica con il semplice amarico che sapevo. Il progetto del Nigat vuole dare punti fermi a queste ragazze, ma anche insegnare un lavoro che possa permettere di autosostentarsi, a prendersi cura di loro e dei piccoli. Non è qualcosa di facilmente spiegabile perchè si parte dalle piccole cose.

Raccontaci qualche “fotografia” che porti nel tuo cuore?

In questo anno Worke ha imparato a scrivere il suo nome e a riconoscerlo, Seada a ricucire i vestiti di sua figlia prima di chiederci di cambiarli, Sifen a rispettare le regole del lavoro e a non ostentare la sua bellezza di diciassettenne con un trucco esagerato, Lemlem sa dare da mangiare alla sua bambina, Eskedar ha sopportato la perdita della sua bimba, Bereket ha imparato a camminare, …

Ma per tutte è così?

Non sempre è facile, non tutte ce la fanno. Ma in quel cortile, in quella che io definisco una perla in mezzo al traffico vorticoso del centro di Addis Abeba, c’è una speranza per ognuna di loro perché il sole dell’alba può sorgere sempre.