Another BRICS in the Wall ? di Carlo Benetti

Non tutte le valute sono state create uguali.

“Nel trambusto, nella pioggia, nel crepuscolo” della Grande Guerra si erano persi Hans Castorp, protagonista della Montagna Magica, e con lui un’intera generazione di giovani europei. Quello stesso trambusto avrebbe inghiottito l’impero russo, l’impero ottomano, l’impero britannico, il mondo usciva dalla carneficina della Grande Guerra profondamente cambiato, si erano dissolti tre imperi e ne emergeva uno nuovo, l’impero americano, il dollaro era la sua spada.

Nel 1919 gli Stati Uniti si accorsero di essere i creditori del mondo, New York toglieva a Londra il primato di più importante piazza finanziaria mondiale e il dollaro subentrava alla sterlina come moneta nei regolamenti internazionali. La Gran Bretagna scopriva invece di aver vinto la guerra ma di aver perso prestigio e impero (a distanza di oltre un secolo non tutti gli inglesi l’hanno ancora digerita, certi toni della campagna referendaria del 2016 suonavano come rivalsa dalla condizione di potenza insulare periferica).

Da oltre un secolo il biglietto verde svolge la triplice funzione di unità di conto, riserva di valore e mezzo di scambio per gli operatori di tutto il mondo, il sistema monetario globale balla al ritmo americano. Ma non tutti sono d’accordo, i paesi emergenti più grandi cominciano a scalpitare, vogliono affrancarsi dalla dipendenza dal dollaro, si scoprono vulnerabili al triplice colpo dei più alti rendimenti dei Treasury, delle prospettive di debolezza economica, della sostenibilità di debiti denominati in dollari. La minore dipendenza dal dollaro non sarebbe un cattivo affare per le economie emergenti: attenuerebbero i rischi di cambio e faciliterebbero l’accesso al credito.

L’insieme dei “BRICS” rappresenta il 42% della popolazione mondiale, circa un terzo del PIL mondiale, esercita una forte capacità attrattiva sugli altri paesi emergenti. Dal 2024 saranno nuovi membri del forum l’Egitto, l’Etiopia, l’Iran, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Dopo l’elezione del nuovo presidente la candidatura dell’Argentina è in forse (fonte: Statista)

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I Paesi BRICS e altre economie emergenti hanno cominciato a vendere parte delle loro riserve in valute forti, la quota di dollari nelle riserve globali è scesa sotto il 60%, “una delle quote più basse degli ultimi vent’anni” segnala la Banca dei Regolamenti Internazionali, l’obiettivo della de-dollarizzazione resta però ancora velleitario.

Può darsi che la progressiva perdita di influenza del dollaro possa essere l’esito naturale dello scorrere della storia e prima o poi anche il dollaro perderà il suo “esorbitante privilegio”, la gloria degli uomini (e delle valute) è destinata a passare direbbe il disincantato Qoelet, è successo alla sterlina e succederà in futuro anche al dollaro. Ma quel futuro è ancora lontano, se ne sta accorgendo la Cina, seconda più grande economia del mondo e leader del movimento antagonista agli Stati Uniti.

Il mercato azionario cinese mostra opportunità di ingresso in prospettiva storica (fonte: GAM, Bloomberg)

Dopo la crisi del 2008 Pechino provò a sfidare l’e­gemonia del dollaro pressando i paesi alleati a un maggiore utilizzo del renmimbi nei loro pagamenti e, nel 2016, lo yuan è stato ammesso dal Fondo Monetario nel paniere di monete con gli “Speciali Dirit­ti di Prelievo”. Privilegio più simbolico che sostanziale: nell’estate del 2015 la Cina mandò all’aria tutti i suoi sforzi diplomatici, la sua reazione alla brusca caduta del mercato azionario fu l’applicazione di rigorosi controlli sui movimenti dei capitali. Pessime credenziali per chi vorrebbe candidare la propria valuta a un ruolo interna­zionale.

Xi Jinping ha l’ambizione di riportare il paese allo status imperiale che ebbe tra il XVI e l’inizio del XIX secolo ma si è interrotto il sentiero di crescita, nel 2022 la quota della Cina nell’economia mondiale si è leggermente ridotta e quest’anno si ridurrà ancora di più, scendendo al 17%. Se fino a pochi mesi fa il presidente cinese parlava con assertiva sicurezza del diritto della Cina a riprendere il suo posto nel mondo e nella storia, nei recenti colloqui con il presidente americano Xi ha invece dimostrato pragmatismo e moderazione. La Cina ha ancora bisogno degli Stati Uniti e dei partner commerciali occidentali per alimentare le sue ambizioni e Xi Jinping sa bene come le prospettive di crescita siano più favorevoli ad altri paesi emergenti, India, Indonesia, Brasile, Messico.

Negli ultimi quattro decenni Cina e Stati Uniti hanno prosperato in una relazione di reciproca dipendenza.

“Noi americani costruiamo sempre più negozi, pieni di oggetti costruiti in sempre più numerose fabbriche cinesi, pagati con dollari con cui i cinesi comprano sempre più titoli emessi dal Tesoro americano, così da consentire alla Federal Reserve di allargare il credito, così gli americani possono continuare a comprare case e tutti quegli oggetti costruiti in Cina, pagati con dollari utilizzati per comprare altri titoli del Tesoro americano che creano ancora più credito […]”.

Così Thomas Friedman descrive nelle prime pagine del suo “Il mondo è piatto” la condizione di mutuo interesse tra le due maggiori economie del mondo.

Una condizione profondamente cambiata. L’amministrazione Biden è diversa in tutto da quella precedente ma l’atteggiamento verso la Cina non è cambiato rispetto all’era Trump, l’abbattimento del pallone spia lo scorso febbraio ha fatto precipitare anche le relazioni diplomatiche ai minimi degli ultimi cinquant’anni. Nell’incontro di San Francisco però, i due presidenti hanno fatto buon viso a cattivo gioco, le ragioni di dissenso restano ma la diplomazia muscolare è stata smussata, gli interessi di entrambi i paesi sono più importanti. Per le società occidentali la Cina rappresenta un mercato dalle potenzialità enormi. Janet Yellen mesi fa, il disaccoppiamento economico appartiene alla retorica politica, non è una strada percorribile e neppure desiderabile e la deglobalizzazione è più facile a dirsi che a farsi, è complicato trovare altrove le competenze acquisite dagli operai specializzati cinesi in quarant’anni di manifattura, tantomeno replicare le economie di scala dei loro impianti.

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La leadership comunista sa anche che il rallentamento economico potrebbe incrinare il “Grande Patto” tacitamente sancito con la pubblica opinione cinese: crescita economica, ricchezza, prosperità comune in cambio della rinuncia ai diritti civili. Non disturbate il manovratore e lui, in cambio, vi farà ricchi.

La “prosperità comune” è stata l’idea guida del governo cinese nel 2021 ma appartiene alla storia della Cina moderna, apparve per la prima volta in un articolo del Quotidiano del Popolo nel settembre 1953 e poche settimane dopo, il 12 dicembre 1953, nel titolo di un articolo dello stesso giornale “La via del socialismo è la via della prosperità comune”. La locuzione venne ripresa negli anni Ottanta da Deng Xiaoping che metteva in evidenza come la prosperità comune passasse dall’accelerazione dello sviluppo delle forze produttive, dalla realizzazione delle quattro modernizzazioni e dall’autorizzazione ad alcune persone e ad alcune zone di arricchirsi, gli altri si sarebbero arricchiti in seguito.

Sotto la guida di Xi Jinping l’enfasi sulla prosperità comune è aumentata ma è diventato più difficile onorare l’impegno, si sono esaurite le condizioni favorevoli che hanno fatto della Cina la fabbrica del mondo e hanno fatto uscire dalla povertà milioni di persone.

Per controbilanciare il rallentamento della crescita e dei flussi di capitale stranieri, nell’ultimo decennio il governo ha favorito gli investimenti interni, in particolare nel settore immobiliare. Tassi di crescita tra il 6% e il 7% hanno consentito di evitare recessioni politicamente rischiose ma la conseguenza è stata l’ipertrofia del settore immobiliare. Nel 2000 il real estate valeva circa il 10% del PIL, ora ne rappresenta pericolosamente un terzo, è il settore determinante per la crescita e per l’occupazione. In una prima fase la costruzione di edifici residenziali e gli investimenti in infrastrutture erano redditizi perché colmavano un lungo periodo di investimenti insufficienti. Ma con l’incremento della disponibilità diminuisce il rendimento al margine, alcuni gruppi del settore sono arrivati al fallimento, tutti hanno difficoltà finanziarie. Inoltre resta, sotto i radar, la questione irrisolta dei debiti delle banche che interpella un governo refrattario agli interventi di salvataggio.

Il rallentamento dell’attività economica e il modello economico plasmato da Xi Jinping hanno incrinato la fiducia degli investitori, i flussi di capitali in uscita sono stati imponenti. Nel terzo trimestre sono usciti dal paese quasi dodici miliardi di dollari, primo dato negativo dal 1998, quando si cominciò a compilare la statistica.

Nei primi sette mesi dell’anno sono usciti più di tre quarti del denaro affluito dall’estero nel mercato azionario cinese (fonte: Financial Times 21.11.2023, Bloomberg) – clicca sull’immagine per accedere alla fonte

Negli ultimi mesi il governo e la banca centrale cinesi hanno diminuito l’enorme disponibilità di Treasury.

Gli investitori domestici stanno vendendo obbligazioni e azioni americane con volumi non più visti negli ultimi anni. Le vendite sono concentrate soprattutto nei titoli del Tesoro, il saldo dei Treasury detenuti dalla Cina ammontava a 805,4 miliardi di dollari ad agosto, un calo del 40% rispetto a un decennio prima, secondo i dati del Dipartimento del Tesoro americano.

Le vendite sono state innescate dalle difficoltà finanziarie interne e dalla necessità di difendere le ragioni del cambio dello yuan, ai minimi contro il dollaro dal 2008, ma sono anche il segnale al Tesoro americano delle possibili conseguenze di un massiccio piano di vendite. Un’altra risposta cinese alle misure punitive di Washington è stata l’accelerazione nello sviluppo tecnologico, la creazione di capacità produttive sulle componenti ad alta tecnologia che gli Stati Uniti non intendono più fornire.

Nonostante le dichiarazioni di buona volontà e il ripristino di linee di comunicazione dirette, impossibile prevedere se nel breve termine ci saranno concreti passi avanti, per il momento prendiamo la parte piena del bicchiere, le relazioni tra Cina e Stati Uniti sono tornate sotto controllo. Il “take away” economico del vertice è l’ammissione dei due presidenti, più o meno a denti stretti, della reciproca dipendenza e della necessità di accordi conseguenti, la frase di Xi “il mondo è abbastanza grande perché i due Paesi possano avere successo” è una dichiarazione di sostegno a politiche commerciali più aperte in opposizione alle politiche dei dazi, e di volontà nel proseguire nella costruzione di legami commerciali con altri paesi. Il piano del governo è di ridurre i rischi relativi all’instabilità finanziaria e, guardando al più lungo termine, a rafforzare la disciplina finanziaria e a stimolare l’innovazione nei settori ad alta tecnologia.

Gli investitori accorti, quelli che tengono lo sguardo rivolto al lungo periodo, riconoscono le potenzialità della Terra di Mezzo e del settore tecnologico (i giganti dell’e-commerce, gli avanzamenti dell’intelligenza artificiale, gli investimenti nelle energie rinnovabili), l’economia globale si trasforma e di questo cambiamento i protagonisti e gli artefici saranno gli Stati Uniti e la Cina.

Luglio 1955, alcuni cinesi leggono un articolo del presidente Mao Zedong su “La questione della collettivizzazione della terra” (fonte China Media Project). clicca sull’immagine per accedere alla fonte

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