Cina: le prossime sfide di Pinuccia Parini

Lo scorso 31 dicembre, come di consuetudine, il presidente Xi Jinping ha tenuto il suo discorso di fine d’anno nel quale ha delineato i tratti salienti che lo hanno caratterizzato. È un appuntamento che, analogamente a quanto avviene in altre parti del mondo, viene seguito con attenzione da molti osservatori, anche esterni al paese, per cogliere le indicazioni per il prossimo futuro. E quest’anno ci sono state alcune considerazioni fatte dal presidente che meritano una riflessione.

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IL SIPARIO CALA SUL 2023

«Nel 2023 abbiamo continuato a fare progressi con determinazione e tenacia. Abbiamo affrontato la prova dei venti e delle piogge, abbiamo visto paesaggi migliori che si sono susseguiti lungo il cammino e abbiamo conseguito molti risultati significativi. Ricorderemo quest’anno come un anno di duro lavoro e perseveranza. Abbiamo piena fiducia nel futuro». Con queste parole il leader cinese ha aperto il suo discorso. Il testo prosegue con una serie di riferimenti ai passi «da gigante e robusti» fatti dalla nazione: dall’apertura del paese alla ripresa economica, dai progressi costanti nel perseguire uno sviluppo di qualità alla modernizzazione del sistema industriale sino a fare emergere una serie di industrie avanzate, intelligenti e verdi come nuovi pilastri dell’economia. Xi ha parlato di un’economia che, «dopo avere superato la tempesta», è «più resiliente e dinamica di prima». Il presidente ha anche sottolineato il ruolo internazionale della Repubblica Popolare che, nel perseguire il proprio sviluppo, ha «abbracciato il mondo e adempiuto alla propria responsabilità di nazione importante», condividendo con i partner esteri la visione della Cina e rafforzando le intese comuni. Ha anche sottolineato, a questo proposito, che «a prescindere dall’evoluzione del panorama globale, la pace e lo sviluppo rimangono la tendenza di fondo e solo la cooperazione per il mutuo beneficio può dare risultati». 

UN ANNO COMPLESSO

Ma all’interno di quella che può essere definita un’autocelebrazione della propria leadership, Xi ha toccato, curiosamente, anche un aspetto importante: le difficoltà incontrate nell’anno appena trascorso e quelle che il Paese potrebbe affrontare in futuro. È probabilmente una delle rare volte in cui ha parlato esplicitamente dei problemi che hanno costellato il 2023 e reso la ripresa dell’economia più debole di quanto non fosse atteso: «Lungo il percorso, siamo destinati a incontrare dei venti contrari. Alcune imprese hanno attraversato momenti difficili. Alcune persone hanno avuto problemi a trovare lavoro e a soddisfare i bisogni primari. Alcuni luoghi sono stati colpiti da inondazioni, tifoni, terremoti o altri disastri naturali. Tutti questi aspetti rimangono in primo piano nella mia mente (…) Tutti voi (…) avete fatto del vostro meglio». Non è semplice fare un’esegesi di questa dichiarazione, ma tra le righe appare chiaro il riconoscimento che quest’anno è stato delicato e abbia generato tra la popolazione un’incertezza che traspare chiaramente, se non in termini di sfiducia politica, (è impensabile che ciò avvenga in Cina), in una serie di dati economici. Infatti, è evidente che Pechino avrebbe potuto fare molto di più per rafforzare le proprie misure economiche finalizzate a ripristinare quella fiducia che, al momento, sembra molto fievole tra gli imprenditori, le famiglie e gli investitori.

LA CRESCITA IN CALO

Secondo le proiezioni del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), l’economia cinese crescerà del 5,4% nel 2023, ma nel 2024 dovrebbe rallentare al 4,6% a causa della persistente debolezza del mercato immobiliare e di una domanda esterna contenuta. L’istituzione sostiene che, per risollevare il sentiment e rilanciare le prospettive a breve termine, è necessaria una strategia per contenere i rischi derivanti dall’aggiustamento del settore immobiliare in corso e per gestire il debito delle amministrazioni locali. Le politiche macroeconomiche di sostegno dovrebbero integrare questi sforzi, mentre le riforme strutturali di ampio respiro e favorevoli al mercato, volte a incrementare la produttività, a stimolare il riequilibrio e la decarbonizzazione, sosterrebbero nuovi motori di crescita e attenuerebbero gli effetti negativi dell’invecchiamento, della diminuzione dei rendimenti degli investimenti e della frammentazione geoeconomica. Ma come si comporterà il governo nell’arco del nuovo anno rimane un punto di domanda. Indubbiamente, la discesa dei prezzi al consumo per il secondo mese di fila provoca qualche preoccupazione. Infatti, se è vero che una forte influenza sul dato è da ascrivere alla diminuzione del prezzo della carne (a novembre quella di maiale è scesa del 31,8% impattando di circa lo 0,58% la discesa dell’indice complessivo che ha registrato un calo dello 0,5%), è lecito porsi la domanda se nel paese possa emergere un rischio deflazione.

IL SOSTEGNO ALLE IMPRESE

In questo contesto, la fiducia, come già accennato, rimane debole. Il governo si è concentrato molto, nell’ultimo periodo, sulla riforma delle State owned enterprise (Soe) per renderle più competitive e rafforzarne la redditività, come era giusto fare per eliminare le inefficienze che hanno caratterizzato questo comparto, ma non ha mostrato pari interesse nei confronti delle imprese private. Negli ultimi anni, queste ultime hanno subito una notevole flessione in un contesto di normative governative più severe e di rallentamento dell’attività economica. Il fenomeno è stato evidente nel settore immobiliare, ma anche in quello industriale, nel quale si è verificata «un’inversione di tendenza tra imprese statali e private in termini di tasso di crescita del valore aggiunto e dei profitti. Inoltre, mentre la capitalizzazione di mercato delle principali società di piattaforme cinesi, Tencent e Alibaba, a un certo punto si è avvicinata a quella delle big tech statunitensi, è diminuita in modo significativo sulla scia di una più rigida regolamentazione».

Clicca sull’immagine per accedere alla fonte: “Private Enterprises in China in Troubled Times — The Need to Remove Entry Barriers and Strengthen Protection of Property Rights” di Chi Hung KWAN, Consulting Fellow, RIETI

Durante il 20° Congresso nazionale del Partito comunista cinese, nell’ottobre del 2022, è stata presentata una proposta per «ottimizzare l’ambiente di sviluppo delle imprese private, proteggerne i diritti di proprietà e gli interessi degli imprenditori in conformità con la legge, e promuovere lo sviluppo e il rafforzamento dell’economia privata», ma molti progressi devono essere ancora fatti in questa direzione.

I CONSUMI CONTENUTI

Secondo la World Bank, nonostante la ripresa di quest’anno, i consumi delle famiglie rimangono strutturalmente bassi: la quota sul Pil è passata «dal 34,6% del 2010 al 39,1% del 2019 e al 37,2% del 2022, ma è ancora inferiore al 45,5% che costituisce la media dei paesi a reddito medio-alto». Il prolungato periodo di consumi contenuti indicherebbe la presenza di due fattori strutturali: una bassa quota del reddito familiare disponibile rispetto al prodotto interno e un alto tasso di risparmio. 

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Tra le componenti del reddito, la quota ascrivibile al lavoro è aumentata costantemente dall’inizio degli anni 2010, ma nell’ultimo decennio sono cresciute anche altre fonti di guadagno, tra le quali le prestazioni sociali e le proprietà, che hanno consentito alla Cina di aumentare la quota del Pil sulle entrate disponibili per le famiglie dal 55,8% del 2010 al 60,6% del 2021, superando la media dei paesi dell’Ue e del Giappone. L’elasticità dei consumi familiari rispetto al reddito disponibile a breve termine in Cina rimane elevata, pari a 0,7 nel confronto internazionale. Ciò suggerisce che, «sebbene nell’arco della vita la propensione marginale al consumo delle famiglie cinesi sia inferiore a quella di altri paesi, esse sono più sensibili alle variazioni del reddito a breve termine e ridurranno i loro livelli di consumo in misura maggiore in risposta a cali ciclici delle entrate», prosegue la World Bank. Gli incentivi associati al mercato immobiliare hanno sempre più influenzano i comportamenti di consumo e di risparmio: «La rapida crescita della domanda di abitazioni ha aumentato i risparmi delle famiglie per l’acconto del mutuo, ha contribuito all’indebitamento delle stesse e ha eroso il budget per le spese di consumo non legate all’abitazione». È plausibile che la crisi del real estate, da questo punto di vista, abbia ulteriormente accentuato questa tendenza. La World Bank individua, poi, alcuni fattori strutturali che spiegano l’elevato risparmio delle famiglie cinesi tra le tendenze demografiche passate, il risparmio precauzionale e la disuguaglianza di reddito. 

GLI INVESTITORI DISILLUSI

«Quasi nove decimi del denaro straniero affluito nel mercato azionario cinese nel 2023 ha già lasciato il Paese, spinto dai crescenti dubbi sulla volontà di Pechino di intraprendere azioni serie per rilanciare la crescita in calo». È quanto ha riportato il Financial Times alla fine dello scorso anno secondo calcoli basati sui dati del sistema di trading Stock Connect di Hong Kong. L’ottimismo non caratterizza sicuramente la borsa cinese, che ha chiuso tre anni di performance estremamente deludenti. Le autorità hanno lanciato una serie di misure per attrarre l’interesse degli investitori, ma non sono stati sufficienti a spazzare l’incertezza che pesa sul contesto generale del paese e a invogliare gli investitori a riconsiderare l’opportunità di investirvi.

LA SPINA DI TAIWAN

Nel suo discorso, Xi Jinping ha anche toccato il tema di Taiwan, che ha attirato l’interesse di molti media internazionali: «La Cina sarà sicuramente riunificata e tutti i cinesi su entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan dovrebbero essere legati da un senso comune di intenti e condividere la gloria del ringiovanimento della nazione cinese». Forse è stata attribuita troppa enfasi a questa dichiarazione, visto che Xi non ha aggiunto nulla di nuovo rispetto a ciò che sta professando da anni e che aveva recentemente menzionato, forse con parole ancora più forti, nel 130°anniversario della nascita di Mao Zedong lo scorso 26 dicembre. In quella occasione, il presidente aveva esplicitamente dichiarato che «la realizzazione della completa riunificazione con la madrepatria è un corso inevitabile dello sviluppo, è giusto ed è ciò che il popolo vuole. La madrepatria deve essere e sarà riunificata». 

Ciò che è indiscutibile è che averlo ribadito prima delle elezioni presidenziali, che si terranno a Taiwan il 13 gennaio, non è certamente casuale, anche se in linea con quanto sinora professato. Tuttavia, non va dimenticato che, sempre a dicembre, Pechino aveva già minacciato di imporre ulteriori sanzioni commerciali a Taiwan se il partito al governo si ostinasse a sostenere l’indipendenza. Taipei, dall’altro lato, aveva accusato la Cina di coercizione economica e interferenza elettorale, dopo che Pechino aveva annunciato la fine dei tagli tariffari su alcune importazioni di prodotti chimici dall’isola, affermando che Taipei ha violato un accordo tra le due parti firmato nel 2010. Sono forse queste ultime frizioni a livello commerciale che preoccupano maggiormente l’isola, in particolare modo se vincesse il candidato del Dpp, Lai Ching-te, inviso a Pechino.

Nel 2024 la Cina, in base alle stime del Fmi, rappresenterà, nonostante il rallentamento previsto, una quota di crescita del Pil globale del 19,05% rispetto al 15,2% degli Usa (nel 2023 i dati dovrebbero essere rispettivamente 18,8% e 15,4%). Ma, per riguadagnare lo slancio perduto della sua crescita, sono necessarie ulteriori riforme e sostegni da parte del governo. Nelle conclusioni del suo discorso, Xi Jinping ha dichiarato che l’obiettivo di fondo comune è offrire una vita migliore alle persone. È il suo mantra e anche la sfida per il prossimo anno.

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