Giappone e Corea del sud, ritorno al grande freddo – di Pinuccia Parini

Quest’anno ricorre il centocinquantesimo anniversario dalla fondazione del santuario shintoista Yasukuni (Yasukuni Jinja) a Tokyo. Le sue origini risalgono al 1869, quando venne realizzato nel distretto di Kudan per volontà dell’imperatore Meiji e venne chiamato Shokonsha. Quando l’imperatore lo visitò, decise che sarebbe stato il luogo dove commemorare e onorare coloro che avevano combattuto e dato la loro vita per il Giappone. Nel 1879 il santuario cambiò nome in Yasukuni, il cui significato è “preservare la pace per la nazione”. Come raccontano le fonti ufficiali del santuario, attualmente sono ivi custodite 2.466.000 divinità: sono le anime di coloro che hanno compiuto il più alto sacrificio per la patria dal 1853, passando attraverso le guerre sino-giapponesi e russo-giapponesi, la prima guerra mondiale, l’incidente della Manciuria, l’incidente in Cina e la grande guerra dell’Asia orientale (seconda guerra mondiale). Tra le anime che riposano nel santuario, circa 28 mila sono nativi di Taiwan e oltre 21 mila sono coreani che servirono l’impero del Sol Levante, per cui sacrificarono la loro vita. Tra le anime che vengono ricordate nel santuario, però, ce n’è circa un migliaio che fu condannato per crimini di guerra da un tribunale alla fine del secondo conflitto mondiale. Quest’ultimo aspetto è sempre stato motivo di scontro con alcuni paesi asiatici che hanno subito la dominazione nipponica.

L’espansione dell’impero giapponese ebbe inizio alla fine del XIX secolo e continuò sino alla seconda guerra mondiale. Il Giappone occupò l’attuale Taiwan, la Corea, l’Indocina, la Manciuria, soprattutto per accaparrarsi materie prime e sfruttare gli insediamenti agricoli. Nel 1937 scoppiò anche la guerra con la Cina, un’area strategicamente importante per l’impero che non riuscì però a soggiogare. Sia durante il periodo coloniale, sia nel corso del conflitto mondiale, il Giappone commise una serie di atti esecrabili, che causarono “sofferenze incommensurabili”, per le quali ha chiesto scusa solo di recente. Questo passato pesa ancora nelle relazioni tra il Sol Levante e altri paesi del Sud-est asiatico e dà luogo a incomprensioni reciproche che si basano, all’origine, su un unico fattore: il non avere mai fatto i conti con la storia. 

La recente disputa commerciale tra Giappone e Corea del Sud ha le sue radici in questo passato, che non è mai stato affrontato e che genera ancora reciproci rancori. Il Giappone annesse la Corea nel 1910. Per i successivi 35 anni sfruttò la popolazione locale in molti modi, sia come forza lavoro nelle aziende giapponesi, sia abusando delle donne, in alcuni casi, come schiave del sesso o come “donne di conforto” per i soldati giapponesi durante la seconda guerra mondiale. Nel 1965, con l’allora presidente Park, ci fu una normalizzazione dei rapporti tra Corea del sud e Giappone, grazie a un trattato che obbligava quest’ultimo a un risarcimento sotto forma di prestiti e sovvenzioni. L’accordo scatenò un forte risentimento popolare, perché non era contemplato alcun indennizzo per le vittime.

UN PUNTO DI SVOLTA

Un punto di svolta nelle relazioni diplomatiche avvenne prima nel 1993 e, successivamente, nel 1998, quando a Seul vi fu una dichiarazione congiunta dei due stati, dove il Giappone fece ammenda per gli atti commessi in Corea. Nel 2015, la presidente Park Geun-hye firmò con il primo ministro Shinzo Abe una “risoluzione finale e irrevocabile” sulle donne di conforto e nel 2016 un patto di condivisione dell’intelligence per migliorare le difese contro i missili nord-coreani.

L’avvicendamento alla presidenza in Corea del sud con il nuovo leader Moon Jae-in ha rimesso però in discussione gli accordi raggiunti, considerandoli frutto di distorsioni e pressioni politiche. Ma non solo. Lo scorso autunno la Corte suprema della Corea ha deciso di riconoscere ai cittadini coreani di richiedere i danni di guerra alle aziende giapponesi per averli costretti ai lavori forzati durante il secondo conflitto mondiale. Le tensioni sono andate così gradualmente aumentando, sino ad arrivare a uno scontro frontale con l’inizio di una guerra commerciale, con l’annuncio di misure e contromisure, in una continua escalation.

«DECISIONE NECESSARIA»

Alla richiesta di un risarcimento per lo sfruttamento dei lavoratori coreani da parte di aziende giapponesi, Tokyo ha risposto con l’introduzione di nuovi requisiti per le esportazioni, da parte delle aziende giapponesi, di tre sostanze chimiche di cui la Corea del sud ha bisogno per fabbricare prodotti ad alta tecnologia, come i semiconduttori e i pannelli di visualizzazione. I funzionari governativi hanno giustificato la decisione come necessaria per impedire che materiali delicati siano spediti illegalmente nella Corea del nord per uso militare. Seul ha definito la motivazione infondata e l’ha considerata una ritorsione dopo la delibera della Corte suprema. Ad agosto il Giappone ha rimosso la Corea dalla “white list” dei paesi che ricevono un trattamento commerciale preferenziale: ciò implica che gli esportatori nipponici devono avere il nullaosta del governo ogni volta che vendono articoli “strategici” in Corea. La reazione di Seul, oltre a presentare una denuncia all’Organizzazione mondiale del commercio per  controlli introdotti da Tokyo, è stata il mancato rinnovo del patto di intelligence tra i due stati sulla sicurezza generale e sullo scambio di informazioni sensibili.

UN FORTE IMPATTO

Gli effetti negativi di questa guerra commerciale colpiscono entrambi i protagonisti, ma, in particolare, hanno un forte impatto sulle società tecnologiche coreane come Samsung, Sk Hynix e Lg Electronics, che acquistano in Giappone la componente chimica dei loro prodotti.  Le aziende colpite hanno cominciato ad adottare misure difensive che dovrebbero servire a contenere eventuali rotture nella catena dell’approvvigionamento, se le tensioni commerciali tra i due paesi dovessero peggiorare,  e a rivolgersi per le loro necessità a produttori locali. 

Lo stesso governo coreano ha annunciato, a fine agosto, un budget espansivo per il 2020, che prevede un aumento della spesa fiscale del 9,3%. Le ragioni di questa politica sono da ascrivere al ciclo economico negativo, causato da una discesa della domanda nel settore tecnologico che ha fatto scendere volumi e prezzi e amplificato dalla guerra commerciale tra Cina e Usa, cui si è aggiunta anche quella tra Giappone e Corea. Nello specifico il budget prevede un aumento del 27,5% della spesa nel commercio, Pmi e settore energetico. Anche lo stanziamento in ricerca e sviluppo per i settori innovativi indica un incremento a doppia cifra. Le decisioni del governo di Seul sono sicuramente proattive, ma è difficile pensare che riescano a rendere completamente indipendenti le aziende di semiconduttori nazionali dai fornitori giapponesi che, nel caso dell’”etching gas”, ad esempio, da maggio di quest’anno pesano per il 44% della fornitura. Nel frattempo gli effetti dello scontro sono tangibili: in agosto le esportazioni coreane in Giappone sono scese del 6,2% e le vendite di auto giapponesi in Corea sono crollate del 57%, per la protesta dei consumatori.

INCERTEZZA PER I MERCATI

Ciò però che forse è più delicata e degna di attenzione, perché eleva il livello dello scontro, è la decisione del governo coreano di ritirarsi dal patto di intelligence, il General security of military information agreement (Gsomia), che ha impatti diretti sull’alleanza trilaterale tra Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti. Questa scelta, se non pone nel breve rischi a livello economico e commerciale, potrebbe sortire effetti negativi nel lungo periodo, soprattutto per l’instabilità che rischia di creare in una regione dove la Corea del nord è ancora fonte di preoccupazione. La rottura delle vecchie alleanze crea inoltre incertezza, che si riverbera direttamente sui mercati finanziari.

Momenti di tensione tra Seul e Tokyo ci sono stati anche negli anni passati, ad esempio ogni qualvolta un primo ministro nipponico andava a rendere omaggio ai caduti di guerra nel santuario Yasukuni (lo fece lo stesso Abe) o quando esponenti del governo in carica ridimensionavano le responsabilità del Sol Levante durante gli anni dell’occupazione in Asia orientale. Tuttavia, è dal 1965 che non si raggiungevano livelli di tensione così elevati. Questa volta lo scontro si colloca però in un contesto diverso. A livello internazionale i conflitti commerciali stanno aumentando e gli effetti sull’economia pesano, così come l’incertezza che questi generano. Il Gsomia è un accordo trilaterale, cui partecipano anche gli Stati Uniti. Chi potrebbe svolgere un ruolo di mediatore è quindi il presidente Donald Trump, che non sembra però volere assumere questo compito. Gli Usa hanno sì accolto con disappunto la decisione della Corea, ma oltre le parole di incoraggiamento del segretario di stato, Mike Pompeo, perché la rottura tra i due paesi si ricomponga, poco altro è stato fatto da parte americana.

Se gli scontri commerciali non sembrano preoccupare la Casa Bianca, forse più attenzione dovrebbe essere posta sulla sicurezza di una regione che per gli Stati Uniti è sempre stata strategica. Perderla sarebbe politicamente sconsigliabile, soprattutto perché il vuoto diplomatico lasciato dagli Usa potrebbe essere occupato dalla Cina. L’Impero di mezzo avrebbe due motivazioni di fondo per intervenire: una economica e l’altra politica. Da un lato la Cina non può permettere che la supply chain nel settore tecnologico sia compromessa, perché la propria economia ne farebbe le spese, dall’altro proporsi come mediatore le darebbe la possibilità di rafforzare il proprio ruolo di protagonista nella regione. Intanto esponenti delle maggiori aziende giapponesi e coreane esortano i rispettivi governi a trovare una rapida soluzione diplomatica e ad andare verso una normalizzazione dei rapporti tra i due paesi. I costi economici non solo rischiano di lievitare per entrambi, ma anche di avere ripercussioni a livello internazionale. 

a cura di Pinuccia Parini

tratto da: https://www.fondiesicav.it/giappone-e-corea-del-sud-ritorno-al-grande-freddo/

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