Il delitto Matteotti di Luca Steffenoni

Si è da poco celebrato l’anniversario del 25 Aprile, festa, com’è noto della liberazione dal nazifascismo. Come ogni 25 Aprile che si rispetti, la data è stata occasione di polemiche tra le due correnti di pensiero che da più di un secolo occupano la scena della politica italiana e grossolanamente definiamo destra e sinistra. Nelle parole della politica tornano eventi criminosi che hanno segnato e insanguinato la storia italiana, primo fra tutti il delitto Matteotti, forse il più citato e al contempo più sconosciuto, tra i crimini del Ventennio. Un servizio televisivo di questi giorni riproponendo a deputati e senatori, in libera uscita per le strade di Roma, la fatidica domanda “Chi era Giacomo Matteotti e perché è stato ucciso?” riceveva risposte a dire poco imbarazzanti. Allora, senza nessuna presunzione, vale forse la pena di riproporre un capitolo del mio «I 50 delitti che hanno cambiato l’Italia» pubblicato qualche anno fa da Newton Compton, dedicato a uno degli eventi su cui si regge la nostra Repubblica, per scoprire che la memoria di noi tutti è sempre un po’ labile e i tasselli della storia non sono ancora al loro posto. Una sola accortezza, l’aspetto politico del delitto Matteotti è stato ampiamente commentato e non ha misteri, la stessa cosa non si può dire di quello storico-criminologico che ha ancora molti segreti. Su questo si focalizza il mio lavoro. Buona lettura.

Il delitto Matteotti

Sono circa le 16:30 del 10 Giugno 1924. Una berlina grigia percorre lentamente il Lungotevere Arnaldo da Brescia a Roma. É una vettura spaziosa ed elegante, come non se ne vedono molte sulle strade della Capitale, una Lancia modello Kappa. Si fa notare. L’anziana portiera di un caseggiato che guarda sul Tevere l’ha già osservata nei giorni precedenti mentre procede a passo d’uomo, come se seguisse qualcuno. Il Partito fascista dalle pagine dell’Impero, ha suggerito che i portinai siano «occhi e orecchie del partito» e lei, diligentemente, ha seguito la direttiva e si è annotata la targa: Roma 55-12169.

La Lancia K targata Roma 55-12169.

Alla guida c’è Amerigo Dumini, esponente di punta del primo nucleo di polizia segreta fascista, denominata Ceka, al suo fianco Amleto Poveromo, nei sedili posteriori tre giovani che si sono già fatti le ossa negli scontri di piazza contro sindacalisti e operai, Albino Volpi, Giuseppe Viola e Augusto Malacria.

Il deputato Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario, fondato insieme a Filippo Turati e a Sandro Pertini, ha appena salutato la moglie Velia e i tre figli Giancarlo di sei anni, Matteo di tre e la piccola Isabella di appena un anno. Ha infilato in una capiente borsa di pelle dei documenti, tra i quali il testo di un importante discorso da tenersi nella seduta pomeridiana della Camera, ha varcato la soglia della sua abitazione in via Pisanelli 40 e ora si dirige a piedi verso sud.

L’abitazione di Matteotti in via Pisanelli 40

Non arriverà mai nell’Aula di Montecitorio. La Lancia lo segue a distanza poi, improvvisamente, accelera e lo affianca. Tre degli occupanti scendono e lo aggrediscono. Piccolomo sferra un colpo di bastone ferendo il deputato alla testa, poi lo afferra per la giacca e aiutato dai complici lo trascina all’interno della vettura. Matteotti è ferito, ma questo non gli impedisce di dimenarsi, Albino Volpi, seduto alla sua sinistra, estrae un coltello e lo infilza in profondità sotto l’ascella. In pochi minuti l’onorevole muore per emorragia.

L’auto procede velocemente in direzione di Ponte Milvio, gli ultimi testimoni la vedranno imboccare via Flaminia diretta alla periferia nord della città.

Il luogo del rapimento

In Parlamento e nel Paese sono giorni di grande tensione e c’è attesa per il nuovo discorso che l’uomo di punta dell’opposizione intende tenere. Nei corridoi gira voce che questa volta il segretario del Psu non si limiterà a puntare il dito contro Mussolini, come ha coraggiosamente fatto nella seduta del 30 maggio, quando ha denunciato con vigore i brogli elettorali ed il clima di violenza squadrista che ha portato al successo delle camice nere nelle elezioni del 6 aprile (356 deputati del Pnf eletti, ai quali si sono aggiunti 19 eletti nelle liste ad esso collegate, contro 161 seggi rimasti all’opposizione) e nemmeno tornerà sul tema della legge elettorale “truffa”, che ha di fatto spianato la strada al regime. I più informati tra i colleghi di partito ritengono che l’autore del libro-denuncia «Un anno di dominazione fascista» abbia in serbo una sorpresa in grado di colpire il gruppo dirigente raccolto attorno a Mussolini.

Giacomo Matteotti

Si parla di un dossier fatto di cifre e nomi nel quale sono raccolte prove delle nefandezze compiute da alcuni dei più illustri politici in camicia nera. Il segretario è iscritto a parlare sul tema «Bilancio ed esercizio provvisorio», dunque deve trattarsi di argomentazioni di natura economica. Ovvio che l’assenza del deputato getti nello sconforto amici e compagni di partito. Matteotti sembra svanito nel nulla.

La mattina dell’11 giugno la notizia della “sparizione” è su tutti i giornali e sono molte le firme che scrivono apertamente di un rapimento politico.

«L’On. Matteotti scomparso. Rapito in automobile da fascisti. Inutili ricerche. Assassinato in aperta campagna?» titola senza indecisione l’Unità, che dalle usuali 20.000 copie vendute passa in un giorno a quasi il doppio. «Lo hanno preso e lo hanno sommariamente giustiziato. Delitto che copre d’infamia tutto un regime» aggiunge il quotidiano nel commento di prima pagina.

Adelchi Frattaroli, Eliseo De Leo insieme al netturbino Giovanni Puzzi

La tesi è avvalorata da alcuni testimoni che il giorno stesso si presentano in Questura per raccontare dell’aggressione, tra loro il netturbino Giovanni Puzzi, l’impiegato Giovanni Tavanna e perfino due bambini, Adelchi Frattaroli ed Eliseo De Leo che, accompagnati dai genitori, forniscono una descrizione dell’autovettura e dei rapitori. Mentre il collega socialista Giuseppe Emanuele Modigliani denuncia formalmente la scomparsa del giovane Onorevole, si presenta alla polizia anche la portinaia Ester D’Erasmi, che fornisce il numero della targa dell’autovettura sospetta.

Immediatamente parte l’inchiesta affidata ai giudici Umberto Tancredi e Mauro Del Giudice, che ordinano una vasta operazione di polizia. Gli agenti, appoggiati anche da un’unità cinofila, si spingono fino alla periferia della città, senza trovare tuttavia traccia della Lancia dei rapitori. Mentre una folla di antifascisti si raduna in piazza di Montecitorio e già si odono le prime grida di “Assassini!” rivolte ai parlamentari fascisti che entrano imbarazzati nel portone del palazzo, giunge notizia che lungo la via Flaminia è stata ritrovata la tessera di parlamentare dell’onorevole evidentemente gettata dal finestrino dell’auto in corsa.

C’è sgomento nelle aule del Parlamento e nelle segreterie dei partiti. Mai i fascisti si erano spinti così avanti. Perfino nel 1922, anno della marcia su Roma, gli squadristi si erano limitati ad azioni più simboliche che realmente pericolose, una violenza cialtrona fatta di manganellate e di purghe all’olio di ricino, di attentati dinamitardi alle sedi dei giornali e dei partiti antifascisti, di gravi minacce, ma nulla che non si potesse contrastare con un esercito degno del nome e con azioni di polizia tese ad isolare e punire i più esagitati.

Ci era voluta tutta la complice insipienza del re Vittorio Emanuele III, spalleggiato dal potere di banchieri ed industriali, per spianare la strada a Benito Mussolini e al suo camice nere, ma nel ventre della politica “democratica” covava ancora la speranza che il fascismo fosse un accidente provvisorio e che i suoi aspetti più cruenti si sarebbero placati allorché si fosse seduto al banchetto del potere.

Ora la posta si alzava in maniera esponenziale, lambendo i palazzi della politica e facendo presagire i fantasmi della guerra civile.

Divisioni, interessi, ideologie, paura e semplice ignoranza non agevolavano l’unità delle opposizioni, che, come sempre avviene in Italia, si trovavano divise all’appuntamento con la storia.

Giovedì 12 giugno, in una città infuocata dal caldo e dalla tensione, giunge la notizia che la vettura è stata ritrovata nell’autorimessa Tattini e Malaga in via Frattina, impolverata, con il vetro posteriore infranto e la tappezzeria interna lacerata in più parti e abbondantemente macchiata di sangue.

La svolta arriva dai documenti ritrovati nel cruscotto dell’autovettura. I sospetti che già aleggiavano nell’aria sono ora certezza: l’auto appartiene alla flotta in dotazione al Corriere Italiano, testata schierata con il fascismo e i documenti sono intestati all’avvocato Filippo Filippelli, già portavoce del sottosegretario agli Interni Finzi e direttore del quotidiano. L’avvocato viene prontamente arrestato, ma si limita a fornire il nome dell’uomo al quale la vettura è stata data a noleggio, tale Amerigo Dumini, già noto alle forze dell’ordine, senza rilasciare al momento altre dichiarazioni.

Benito Mussolini

Chi non può più tacere è Benito Mussolini che il 13 giugno dichiara in Parlamento che «al momento l’onorevole Giacomo Matteotti è scomparso in circostanze ancora poco chiare» e immediatamente dopo convoca una riunione del Gran Consiglio di partito dal quale il Paese si aspetta i nomi dei rapitori o degli assassini. Il Duce non può più tergiversare, sa perfettamente di essere il primo indiziato quale mandante del terribile fatto di sangue. Del resto molti testimoni hanno registrato la sua indignazione e hanno osservato la mascella fremente, mentre nella seduta del 30 maggio ascoltava il J’accuse del deputato socialista. Ma c’è di più. Molti l’hanno sentito esclamare «A quel Matteotti bisogna dare una lezione!» prima di abbandonare rabbiosamente l’aula.

«Bisogna dare una lezione». Tutto il caso Matteotti ruota attorno a questa frase. Da novant’anni gli storici si interrogano sul suo significato. È stato Mussolini in persona ad ordinare l’omicidio? Conveniva, al capo indiscusso del fascismo, in una fase storica ancora incerta, gettare la maschera per affermare la natura violenta e totalitaria del partito? O è stata un’iniziativa presa autonomamente dalla cerchia dei fedelissimi, allo scopo di compiacere il sanguigno leader?

La risposta ufficiale delle inchieste che negli anni si sono succedute è la seconda, anche se molti dubbi permangono. Il principale biografo di Mussolini, Renzo De Felice, così come Aurelio Lepre ed Emilio Gentile, ha sempre ritenuto che Mussolini fosse all’oscuro del complotto. Altri studiosi, tra cui Justin Pollard e Denis Mack Smith, pensano, viceversa, a un Duce che avesse approvato il piano criminoso.

Chi ha assistito alla riunione del Gran Consiglio parlerà di un Duce furibondo, non certo per le sorti del suo nemico, ma per l’immagine negativa che ne poteva derivare presso un’opinione pubblica ancora oscillante e nei confronti della stampa straniera, importantissima nel complesso gioco delle alleanze internazionali degli anni ’20. Un abile attore? Difficile dirlo.

Lo scontro principale avviene con Cesare Rossi, capo dell’Ufficio stampa della Presidenza del Consiglio dei ministri, che continua ad insistere su una politica attendista, certo che prendere tempo possa far calmare le acque e con Giovanni Marinelli, segretario amministrativo del Pnf e capo della polizia segreta fascista, accusato dal Duce di una conduzione maldestra delle operazioni. La posizione di Mussolini è ondivaga e se da un lato vorrebbe procrastinare la completa confessione dei responsabili, assicurandosi che si continui a parlare di rapimento e non di omicidio, è al contempo convinto della necessità di fornire ai giudici un capro espiatorio.

Assistito dall’avvocato di partito, Filippo Filippelli viene subito scarcerato e ne approfitta per darsi alla macchia insieme a Cesare Rossi, limitandosi a inviare ai giudici un memoriale nel quale si addossa tutte le colpe di un atto compiuto «alla totale insaputa di Benito Mussolini» e indicando in Marinelli l’ideatore di tutta l’operazione.

A finire in carcere sarà l’autista della Lancia, Amerigo Dumini, divenuto improvvisamente il personaggio centrale della vicenda.

Amerigo Dumini

«Un avventuriero», «Una testa calda», «Un cinico al soldo di chiunque lo paghi», «Uno sbandato senza patria»; sono molti i modi nei quali verrà definito dai giornali e più tardi nei libri di storia.

Amerigo Dumini “undici omicidi”, come ha l’abitudine di presentarsi sfrontatamente, è nato negli Stati Uniti a Saint Louis nel 1894, da madre americana e padre fiorentino. Fin da giovane aveva dimostrato una certa attitudine alla violenza e allo sprezzo del pericolo, caratteristica che gli aveva garantito un posto in prima fila allo scoppio della Prima guerra mondiale. Amerigo aveva combattuto in un reparto d’assalto, icona del machismo dell’epoca, rimediando una mutilazione alla mano sinistra, due medaglie e il congedo con il grado di sergente maggiore. Il reinserimento nella vita civile era risultato oltremodo difficile. Dumini non si sentiva fatto per la vita sedentaria ma, come tanti reduci, millantava una gioventù gloriosa e virile frustrata dalla mancanza di azione e avventura nel noioso tempo di pace.

La nascita dei primi Fasci italiani di combattimento nel 1919, gli aveva fornito l’occasione di rinverdire i fasti violenti degli anni di guerra. Fondò a Firenze la squadra Me ne frego! specializzata nelle rappresaglie contro avversari politici e diresse un giornale dal titolo evocativo: Sassaiola fiorentina.

Se la fama di assassino fosse giustificata o meno, non è dato di saperlo, quel che appare certo è che la sua figura risultasse ingombrante perfino per il Pnf che nel 1921 lo espelle. Passati alcuni mesi nascosto in Svizzera, per evitare che la giustizia italiana gli presentasse il conto, Dumini ritorna in auge grazie alla protezione di Cesare Rossi, ma soprattutto agli uffici di Giovanni Marinelli, che gli darà l’incarico di costituire un gruppo all’interno della Ceka e che, per copertura lo fa assumere da Filippo Filippelli in qualità di ispettore alle vendite del Corriere Italiano. Negli ambienti dello squadrismo si vocifera che questo cambio di destino sia dovuto ad un solido archivio grazie al quale il “signor omicidi”, altro nome con il quale viene appellato, è in grado di ricattare i due dirigenti del partito fascista.

Roberto Farinacci

Una volta arrestato, Dumini viene raggiunto da Roberto Farinacci, segretario politico del Pnf e avvocato fresco di una laurea in giurisprudenza presa più per meriti politici che scolastica, che oltre a prenderne le difese lo rassicura sulla brevità della sua detenzione e sulla necessità, per il bene di Mussolini e del Paese, dell’assunzione di ogni colpa. Lo squadrista, pur con qualche titubanza, accetta e fa il nome dei complici che lo raggiungono presto in cella.

La versione ufficiale è quella del delitto preterintenzionale, un semplice pestaggio nato per dare una lezione all’arrogante deputato, senza che ci fosse alcuna intenzione di uccidere e tantomeno ordini da eseguire. Matteotti, però, si sarebbe divincolato dimostrandosi un combattente molto più tenace di quanto la sua stazza minuta avrebbe fatto pensare, sferrando un violento calcio ad Albino Volpi, il quale, poveretto, non avrebbe saputo trattenere la rabbia e il dolore colpendolo per reazione con una coltellata che solo il trambusto e la forte andatura della vettura avrebbero reso mortale.

Una ricostruzione risibile, perfino offensiva, che infiamma, anziché placare, l’ira dei partiti d’opposizione e degli antifascisti. Tutti si chiedono se, finalmente, cattolici, socialisti, liberali, comunisti e repubblicani riusciranno a reagire compatti a quello che, ormai, anche in assenza del corpo, si profila come un assassinio politico.

Nel dibattito tuttavia manca un convitato di pietra, l’uomo che in questi due anni si è voltato dall’altra parte fingendo di non vedere le ripetute violazioni delle regole civili, il Ponzio Pilato che comanda esercito, polizia, carabinieri e magistratura, colui che firma leggi e decreti ed è in grado di far arrestare Mussolini stesso e di sciogliere il Pnf: il Re Vittorio Emanuele III.

Il re nano, sia per statura fisica che per quella politica, continua a tacere. Per obbligarlo ad una presa di posizione 135 deputati delle forze di opposizione prendono una decisione storica: il 27 giugno 1924 abbandonano l’aula del Parlamento decisi a paralizzare ogni attività legislativa.

È la cosiddetta secessione dell’Aventino, dal nome delle numerose secessioni plebee avvenute nell’antica Roma, con la quale si apre una profonda crisi istituzionale che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe svelare a Vittorio Emanuele III e alla comunità internazionale la vera natura del fascismo.

Ritrovamento del cadavere

Il 16 agosto il brigadiere Ovidio Caratelli, in licenza estiva nel piccolo comune di Riano alle porte di Roma, passeggiando per i boschi della Quartarella a poca distanza dalla via Flaminia, sente un fetore proveniente da una piccola fossa adibita a carbonaia. Ci vuole poco a capire che, nascosto sotto delle frasche e coperto da un velo di terra, c’è un corpo umano martoriato dal caldo e dagli animali selvatici. Non ci sono più dubbi, si tratta del deputato assassinato.

Dalla perizia medico-legale emerge una profonda ferita, inferta presumibilmente con un lungo e affilato coltello a stiletto nel lato sinistro del busto. La natura del taglio che ha perforato il polmone e spezzato due coste e la forza con la quale è stato inferto il colpo, sono palesemente incompatibili con un evento quasi accidentale. Chi ha colpito Matteotti voleva, in tutta evidenza, uccidere.

Funerali

Mentre i giornali italiani e stranieri escono in edizione straordinaria, il mondo intero guarda al re, attendendo un moto d’orgoglio. Ma Vittorio Emanuele III è in vacanza ad Abbazia e ad una sollecitazione dei deputati socialisti Ivanoe Bonomi, Antonio Salandra, Vittorio Emanuele Orlando e Giovanni Amendola risponde con la celebre frase: «Io sono sordo e cieco. I miei occhi e le mie orecchie sono il Senato e la Camera». E non interviene.

Il 3 gennaio 1925 Benito Mussolini si presenta nell’Aula di Montecitorio con uno dei suoi più celebri e drammatici discorsi: «Dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. […] Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato con una propaganda che va dall’intervento ad oggi. […]  Allora viene il momento in cui si dice basta! Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è la forza. Non c’è stata mai altra soluzione nella storia e non ce ne sarà mai. Ora io oso dire che il problema sarà risolto».

E forza sia. Il 3 gennaio 1925 segna l’inizio ufficiale del regime. L’Italia è una dittatura e Mussolini in persona si dichiara il responsabile dell’uccisione dell’avversario politico.

Nel marzo del 1926 si apre a Chieti il processo farsa ai responsabili dell’omicidio. Difensore Roberto Farinacci e giudice a latere suo cognato. Date le premesse, si può intuire la sentenza. Cinque anni e undici mesi ad Amerigo Dumini, Albino Volpi e Amleto Poveromo, quattro anni a Filippo Panzeri, che non avrebbe partecipato materialmente all’agguato e assoluzione per Giuseppe Viola e Augusto Malacria. Anche Cesare Rossi, Filippo Filippelli e Giovanni Marinelli furono processati cavandosela con pene di pochi mesi.

Sei mesi più tardi Mussolini firmerà la cosiddetta amnistia Dumini, con la quale, in virtù del 25° anniversario dell’incoronazione del sodale Vittorio Emanuele III, venivano posti in libertà tutti gli autori di violenze di natura politica, tra cui gli assassini di Matteotti.

La storia di Amerigo Dumini non finirà qui. Appena scarcerato tenterà inutilmente di incontrare Mussolini nella speranza di venire riammesso nel Pnf e di ottenere un incarico di prestigio. Iniziò a far pervenire avvertimenti e minacce, con l’unico risultato di essere nuovamente arrestato per «offese al Capo dello Stato». Dopo quattro anni di carcere nell’isola di San Domino, alle Isole Tremiti, tornerà all’attacco ma questa volta farà le cose per bene.

Scrisse un memoriale, di cui fece due copie che inviò a Londra e ad uno studio legale di San Antonio nel Texas. In quei memoriali c’erano tutti i dettagli del coinvolgimento di Mussolini nel delitto e sarebbero stati resi pubblici se a Dumini fosse accaduto qualche cosa. Poi iniziò a ricattare il Duce in persona.

Sono state trovate le tracce contabili delle enormi cifre versate dal Pnf sui suoi conti che gli permetteranno di vivere nel lusso fino al crollo del regime.

Finirà alla sbarra, insieme ai sopravvissuti tra i protagonisti del delitto Matteotti (Amleto Poveromo e Cesare Rossi, mentre si persero le tracce di Viola e Filippelli, fuggiti all’estero), nel vero processo intentato nel gennaio del 1947 a Roma dopo la Liberazione. Verrà condannato all’ergastolo. Morirà nel 1967 portando nella tomba gli ultimi segreti sul delitto Matteotti.

Dumini in una foto degli anni “60

Di segreti da svelare, ce n’è soprattutto uno. Cosa avrebbe dovuto dire in Parlamento l’onorevole socialista, il giorno nel quale fu ucciso? Cosa conteneva la sua borsa? Quali documenti?

Lo storico Mauro Canali, negli anni ’80 rintracciò la lettera che Dumini inviò all’avvocato americano. Nella missiva l’assassino spiegava che l’omicidio sarebbe stato commissionato da Mussolini stesso per impedire lo scoppio di uno scandalo che avrebbe coinvolto il fratello minore Arnaldo Mussolini. Pochi mesi prima di essere ucciso Matteotti si era recato a Londra e qui avrebbe ricevuto dal governo inglese degli importanti documenti che provavano la corruzione del governo fascista nel campo dello sfruttamento petrolifero delle colonie.

Sicuro è che Arnaldo Mussolini firmò ad una oscura società americana, la Sinclair Oil Pennsylvania, un contratto che, a condizioni capestro per gli interessi nazionali, concedeva il diritto di perforazione e di sfruttamento del sottosuolo libico, preferendo la loro dubbia offerta a quella assai migliore della British Petroleum.

Che l’antifascismo di Matteotti sia stato solo una concausa per l’omicidio e che la sua voce andasse fermata prima della denuncia delle tangenti pagate, è opinione di molti studiosi, ma un interessante punto di vista a sostegno di questa tesi giunge dallo storico americano Peter Tompkins che, in qualità di ex membro dei servizi segreti americani attivi in Italia, ha denunciato anche il coinvolgimento di Re Vittorio Emanuele III in persona, azionista, a suo dire, della Sinclair e dunque ben interessato a chiudere la bocca a Matteotti.

La tomba della famiglia Matteotti a Fratta Polesine

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