India: Modi verso la riconferma di Pinuccia Parini

«Inizia una nuova era per l’India», sono le parole usate da Narendra Modi, il 22 gennaio ad Ayodhya, città dell’Uttar Pradesh, nella parte settentrionale della nazione, in occasione dell’inaugurazione del tempio indù dedicato al dio Rama, che «rappresenta la fede e la legge a fondamento dell’India».

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Il culto di Rama è considerato centrale nel nazionalismo indù. È stato «un momento sacro e giusto in cui, dopo anni di sacrifici si gettano le fondamenta per l’India dei prossimi mille anni», ha commentato il primo ministro che, in questa occasione, ha aperto la campagna elettorale per le consultazioni che si terranno il prossimo aprile e maggio in tutto il Paese. 

UN’OPERAZIONE SIMBOLICA

Il luogo della cerimonia non è stato ovviamente casuale, ma ha un significato ben preciso. Il tempio di Ayodhya è stato realizzato grazie a una massiccia operazione di riqualificazione di un’area che sarà meta di turisti e pellegrini. Esso sorge sulle rovine della moschea Babri, distrutta nel 1992 a causa di disordini provocati da un gruppo di fondamentalisti indù che causarono oltre 2 mila morti, soprattutto musulmani. La demolizione dell’edificio scatenò violente rivolte religiose che scossero la nazione e l’area fu oggetto di una contesa legale tra indù e musulmani che fu risolta nel 2019, quando una delibera della Corte suprema decise l’assegnazione dell’area ai primi. L’inaugurazione potrebbe essere una mera operazione simbolica, ma, se la si associa allo spirito identitario che anima il Bjp, formazione politica cui appartiene il primo ministro, assurge a un significato ben più profondo: la volontà di creare una nazione basata sul nazionalismo indù. Si tratta di un progetto di non facile realizzazione, nonostante la dominanza della popolazione induista nel Paese (oltre l’80%). 

L’India è uno stato laico, un valore quest’ultimo non facile da scalfire, nonostante i vari o presunti tentativi di Modi in questa direzione. Il primo ministro ha saputo coniugare una politica di apertura del paese alle logiche del libero mercato, così come aveva fatto in qualità di primo ministro, per ben tre volte, nello stato di Gujarat, con la rivendicazione dell’identità induista. I risultati, guardando alla crescita del Pil, sono stati positivi, ma non sono mancate le critiche e, soprattutto, chi ha sottolineato che, nonostante le performance economiche, le disuguaglianze all’interno dell’India non sono diminuite.

DISUGUAGLIANZE IN AUMENTO

A tale proposito, i risultati del Supplemento India 2023 di Oxfam rivelano che il divario tra ricchi e poveri si sta effettivamente allargando. Dopo la pandemia del 2019, il 50% più indigente della popolazione ha continuato a vedere la propria ricchezza ridursi, mentre il 30% detiene più del 90% della ricchezza totale, il 10% ne possiede oltre il 72%, il 5% quasi il 62% e l’1% il 40,6%. Il Paese ha ancora il più alto numero di poveri al mondo, con 228,9 milioni di persone. Tuttavia, in base a una pubblicazione del think-tank governativo Niti Aayog, quasi 135 milioni di persone, circa il 10% degli indiani, è sfuggito alla povertà nei cinque anni fino a marzo 2021. La percentuale di coloro che vivono in povertà è scesa al 15% nel 2019-2021 dal 25% del 2015/2016.

L’ECONOMIA È FORTE

L’attività economica è decisamente vivace. Lo scorso novembre, nella pubblicazione del Article IV consultation sull’India, il Fmi ha dichiarato che «il Paese (…) è sulla buona strada per diventare una delle principali economie in più rapida crescita al mondo quest’anno (2023)». La responsabile per la missione in India, Nada Choueiri, ha commentato, in quella occasione, che la nazione dovrebbe avere contribuito, in base alle proiezioni dell’istituzione, a oltre il 16% della crescita globale l’anno passato. Il Fmi si attende che, grazie alla stabilità macroeconomica e finanziaria, il Pil reale cresca del 6,3% nell’anno fiscale 2023/24 e 2024/25, con l’inflazione complessiva in discesa graduale verso l’obiettivo, benché permanga volatilità a causa degli shock dei prezzi dei generi alimentari. Il disavanzo delle partite correnti dovrebbe migliorare fino all’1,8% del prodotto interno lordo nell’anno fiscale 2023/24, per la buona tenuta delle esportazioni di servizi e, in misura minore, per la riduzione dei costi di importazione del petrolio. 

Il forte programma d’investimento in infrastrutture, digitali e non, aiuterà a sostenere la crescita, che potenzialmente potrebbe essere superiore se venissero attuate le riforme del mercato del lavoro e per il capitale umano. L’ulteriore liberalizzazione degli investimenti esteri potrebbe aumentare il ruolo dell’India nelle catene globali del valore, favorendone la crescita economica.

Le stime rilasciate dal governo, a inizio 2024, mostrano un quadro più robusto delle attese, con il Pil in salita del 7,3% nell’anno che si chiude a marzo, grazie alla forza dei consumi e della spesa pubblica, un solido settore dei servizi e un’accelerazione di quello manifatturiero. Tutto ciò è avvenuto in un contesto di economia globale in rallentamento e nonostante i sei aumenti dei tassi della Reserve Bank of India da maggio 2022 (dal 4% all’attuale 6,5%).

LA DISOCCUPAZIONE NON CALA

Come ricorda il Fmi, negli ultimi anni l’India è stata uno dei paesi a più rapida crescita, ma quest’ultima è stata «disomogenea, con molti settori lontani dalla frontiera tecnologica e tanti lavoratori ancora occupati in mansioni a bassa produttività, che contribuiscono poco al valore aggiunto complessivo» Lo stesso Modi è stato criticato per non avere creato abbastanza posti di lavoro, nonostante gli ingenti sussidi per rilanciare l’industria manifatturiera. Il tasso di disoccupazione, secondo il Centre for Monitoring India Economy, un think-tank indipendente, è salito dal 5,4% nel 2008 all’8 % nel 2023. A ciò si aggiunge il problema della disoccupazione giovanile e della sottoccupazione.

IL PIANO INFRASTRUTTURALE

Alla forza del paese ha contribuito l’incremento della spesa per le infrastrutture decisa dal governo, con le imprese straniere che hanno aumentato la loro presenza in India, soprattutto nella produzione tecnologica, alla ricerca di sedi alternative alla Cina. I risultati sono chiaramente visibili. È indubbio che il tema delle infrastrutture è un aspetto cruciale per il Paese, che ne ha sempre sofferto la carenza con ricadute pesanti per l’attività economica e per la popolazione. In base a quanto dichiarato dal ministro delle finanze, Nirmala Sitharaman, la spesa in conto capitale è triplicata negli ultimi quattro anni, con un forte impatto sulla crescita economica e sulla creazione di posti di lavoro e, per il prossimo anno fiscale, è atteso un aumento dell’11,1%, ossia il 3,4% del Pil. 

Con il passare degli anni, il governo Modi ha sempre più utilizzato la politica fiscale per stimolare la crescita con incentivi legati alla produzione (Pli-Production linked incentive), l’aumento della spesa in conto capitale e tagli alle aliquote dell’imposta sulle società. Per l’India, il Pli è diventato una componente cruciale del piano del primo ministro, poiché rafforza il settore manifatturiero incentivando gli investimenti nazionali ed esteri. Il programma si rivolge a 14 settori di importanza strategica ed economica per la crescita. Attraverso il Production linked incentive, il governo incoraggia le aziende ad aumentare le loro capacità produttive spendendo in impianti, macchinari, attrezzature e servizi associati, ricerca e sviluppo e trasferimento di tecnologia. L’esecutivo, a sua volta, fornisce incentivi per un periodo fino a cinque anni a fronte dell’aumento della produzione. La percentuale dei sostegni varia a seconda dei settori, tenendo conto delle esigenze specifiche dell’industria.

Tra i vari impegni del governo, inoltre, non va dimenticato il processo di digitalizzazione del paese, che ha permesso la diffusione dell’utilizzo della carta d’identità elettronica Aadhaar (sviluppata dal governo precedente guidato dal Partito del Congresso), un sistema di identificazione biometrica. È stato descritto come «il programma di identificazione più sofisticato al mondo» dal capo economista della Banca Mondiale, Paul Rome, e permette di trasferire direttamente ai cittadini i vari sussidi e le indennità attraverso i conti bancari. 

L’effetto dell’introduzione di questa tecnologia ha permesso di contenere la dispersione delle risorse allocate per il welfare. A esso va aggiunto il sistema Upi (Unified payments interface), sviluppato in India e introdotto nel 2016, che permette di facilitare le transazioni interbancarie. Ciononostante, è interessante notare che, in termini di peso sul Pil, la spesa per ricerca e sviluppo è scesa allo 0,65% nel periodo 2020-2021 dallo 0,82% del 2009-2010.

UN’IDEOLOGIA DOMINANTE

Dalle elezioni generali indiane del 2014, con la vittoria del Bjp, la premiership di Narendra Modi ha portato avanti diverse parti dell’agenda Hindutva, un’ideologia politica che comprende la giustificazione culturale del nazionalismo indù e la volontà di stabilirne l’egemonia in India. A essa si rifà il Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), un’organizzazione culturale, non politica, che tuttavia sostiene un programma nazionalistico indù sotto la bandiera dell’Hindutva, che ha la sua espressione politica nel Bjp, fondata nel 1925 per raggiungere l’indipendenza dall’Impero britannico. Secondo alcuni, questa ideologia sta permeando una serie di apparati statali e istituzioni e coloro che vengono riconosciuti come “nemici” dello stato indiano sono i perdenti di un nuovo ordine che è stato costituito e al centro del quale c’è la preservazione degli interessi della classe media urbana. L’ideologia maggioritaria influenza anche il sistema giudiziario, le università e le istituzioni culturali, sempre più appannaggio dei nazionalisti indù.

UN ESITO SCONTATO

Dopo dieci anni di operato, Narendra Modi si presenta all’ennesimo confronto elettorale con buone probabilità di ottenere anche il terzo mandato, soprattutto perché l’opposizione sembra inconsistente o non tale da offrire una vera e propria alternativa. Ciononostante, non bisogna dimenticare che il crescente protagonismo delle organizzazioni nazionaliste negli ultimi decenni ha acuito le tensioni e aumentato la polarizzazione all’interno del paese. Dopo la vittoria schiacciante nel 2014 e nel 2019 del Bjp, la situazione si è ulteriormente inasprita e sono aumentati gli attacchi alle istituzioni indipendenti e alla libertà di stampa. 

Secondo Reporter senza frontiere (Rsf), nella classifica della libertà di stampa l’India è scesa al 161esimo posto nel 2023, mentre nel 2022 si trovava al 150esimo. I sostenitori del governo Modi hanno messo in dubbio l’affidabilità delle classifiche sui diritti umani e sulle libertà civili stilate da Rsf, Freedom House e altri gruppi, ma il tema è dibattuto nel paese ed è indubbiamente importante, soprattutto perché la maggior parte dei mezzi di comunicazione è schierata a favore del governo e l’appuntamento elettorale è alle porte.

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