Le tante spine di Xi – di Pinuccia Parini

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Alle molteplici difficoltà del momento, si è via via aggiunta una serie di accuse da parte di diversi paesi sulle responsabilità che la Cina potrebbe avere avuto per la diffusione del virus. L’offensiva più forte è stata lanciata dal presidente degli Stati Uniti, che ha sostenuto la teoria secondo cui il coronavirus abbia avuto origine da un laboratorio di Wuhan. Ancora un volta la tesi di Donald Trump, sicuramente non isolata, non ha incontrato il consenso della quasi totalità della comunità scientifica. Lo stesso presidente non ha presentato alcuna prova per suffragare la sua affermazione e l’Ufficio del direttore dell’Intelligence nazionale ha rilasciato una dichiarazione in cui ha affermato che, mentre «concorda con l’ampio consenso scientifico sul fatto che il virus Covid-19 non è stato creato dall’uomo o geneticamente modificato», continuerà a indagare «per determinare se l’epidemia è iniziata attraverso il contatto con animali infetti o se è il risultato di un incidente in un laboratorio a Wuhan». 

DURA REAZIONE

I funzionari e i media cinesi hanno reagito duramente, accusando l’amministrazione americana di usare la Cina come capro espiatorio per coprire il fallimento della risposta americana nella lotta contro il virus. La Casa bianca ha ulteriormente alzato i toni e ha iniziato a parlare di chiedere a Pechino il risarcimento dei danni subiti dalla diffusione del virus che lì sembra abbia avuto origine. Anche in questo caso, l’intenzione di presentare il conto a Xi Jinping per le negligenze nell’affrontare la diffusione del Covid-19 ha trovato in diverse parti del mondo un consenso che va dai rappresentanti del mondo politico a quelli delle aziende private. 

La questione è però molto delicata, perché si rientra nel campo del diritto internazionale. Secondo alcuni esperti in materia, l’immunità sovrana si basa sulla reciprocità. John B. Bellinger III, partner di Arnold & Porter e aggiunto senior fellow in legge sulla sicurezza nazionale e internazionale presso il Council on Foreign Relations, sostiene che «gli Stati Uniti rispettano il principio dell’immunità sovrana non a favore di altri paesi, ma perché ci aspettiamo che gli altri stati rispettino e proteggano l’immunità degli Usa e dei suoi funzionari nei loro paesi. Gli Stati Uniti hanno protestato con veemenza quando altre nazioni hanno permesso di indagare sul governo degli Stati Uniti o sui suoi funzionari per controverse azioni militari. Se il Congresso consente alle cause legali contro la Cina di procedere, Pechino potrebbe reagire autorizzando azioni legali contro gli Stati Uniti o i suoi funzionari in Cina per avere sostenuto che la Cina aveva fabbricato intenzionalmente il Covid-19.  Anche se il Congresso togliesse alla Repubblica Popolare l’immunità, è improbabile che le azioni legali riuscirebbero mai a ottenere risarcimenti per gli americani colpiti dal Covid-19». Il rischio di un simile passo da parte del Congresso sarebbe di iniziare anni di contenzioso giuridico in materia di diritto internazionale. 

TANTE MINACCE DA TRUMP

Ma l’amministrazione Trump sta minacciando la Cina anche da altri punti di vista: possibili aumenti delle tariffe su beni importati e riduzione della dipendenza della catena di approvvigionamento da aziende cinesi. A gennaio i mercati avevano tirato un sospiro di sollievo per l’accordo commerciale firmato dalle due superpotenze che ha tagliato alcune tariffe statunitensi sui beni cinesi, in cambio di impegni da parte di Pechino all’acquisto di prodotti agricoli, energetici e manufatti americani. Inoltre venivano ridiscussi alcuni aspetti legati a reclami sulla proprietà intellettuale. Le tariffe fino al 25% rimangono su circa 370 miliardi di dollari di importazioni cinesi di merci, ma l’intimidazione è che possano esserci ulteriori aumenti. 

Per quanto riguarda, invece, lo sforzo di trovare incentivi fiscali che facilitino il fenomeno del re-shoring, è un trend già iniziato e che subirà probabilmente un’accelerazione dopo la pandemia a livello globale. Il ripensamento su come ristrutturare la catena di approvvigionamento è una discussione molto attuale, soprattutto nell’analizzare come questa possa essere accorciata o rivisitata, alla luce dei problemi emersi con la crisi Covid-19. Ed è questo uno degli aspetti che preoccupano maggiormente Pechino e non riguarda solo il rapporto con gli Stati Uniti. Lo stesso Giappone, per esempio, all’interno del pacchetto economico recentemente varato, incoraggia e finanzia il ripristino delle catene di approvvigionamento sul suolo nipponico. Il primo ministro Abe ha espressamente menzionato la necessità di trasferire articoli ad alto valore aggiunto in Giappone e di diversificare la presenza di attività produttive all’interno dei paesi Asean. Ma si tratta di un processo lungo e non sempre percorribile.

Lo shock causato dal Covid-19 sulla supply-chain è un dato acquisito, ma è alquanto complesso apportare modifiche a un sistema che è fatto di interconnessione e si snoda a livello globale. Il crollo della produzione, partito peraltro dalla Cina, ha generato problemi nell’approvvigionamento con ripercussioni che si sono propagate con sempre maggiore vigore e intensità lungo la filiera. Nel momento in cui la situazione si stabilizzasse e ci fossero segnali di ripresa della domanda, non ci sarebbe il tempo per ridisegnare ex-novo la supply-chain senza creare ulteriori contraccolpi al sistema. I leader del Partito comunista cinese sembrano comunque seriamente preoccupati che le società straniere lascino la Cina. Xi Jinping ha sottolineato la necessità di attenersi al “bottom-line think”, che significa assumere il peggio e ha chiesto che la nazione sia pronta ad affrontare, anche mentalmente, cambiamenti che dureranno a lungo. 

È presumibile supporre che Pechino farà di tutto per rispettare gli impegni commerciali presi con gli Stati Uniti, mostrando il suo impegno a Washington e lasciando il minore spazio possibile per giustificare ulteriori ritorsioni. L’obiettivo di Xi Jinping è spuntare le armi della propaganda di Trump e fare in modo di ottemperare il più possibile agli accordi, anche se per riuscirci dovrà avere un sostegno da parte dell’economia, sperando che non tracolli. Lo scontro sull’esportazione di hi-tech cinese, invece, è ipotizzabile che continui, vista la delicatezza del comparto e le questioni di sicurezza nazionale che lo riguardano. Ciò che non va però dimenticato è il progresso tecnologico cinese, che sta facendo passi da gigante: arrivare a uno scontro frontale su questo piano con Pechino potrebbe avere ricadute importanti anche per Washington.

LOTTE INTESTINE

Sul presidente cinese non si abbattono, però, solo le critiche che vengono dall’esterno. Una serie di recenti rimozioni dai loro ruoli di importanti rappresentanti del Partito comunista farebbe pensare che siano in corso lotte politiche intestine. Il viceministro della pubblica sicurezza, Sun Lijun, è stato accusato di gravi violazioni della disciplina e della legge dalla Commissione centrale per l’ispezione disciplinare del Partito comunista, il “braccio armato” di Xi Jinping nella lotta alla corruzione. Sun Lijun, che era stato mandato a Wuhan a sovrintendere le misure adottate durante il lockdown, è solo uno dei numerosi membri del partito ad affrontare una punizione. Sia il segretario del partito della provincia di Hubei, Jiang Chaoliang, sia il leader del partito a Wuhan, Ma Guoqiang, sono stati rimossi e sostituiti da funzionari fedeli al presidente. 

Cattiva gestione della crisi o epurazione? Difficile interpretare le lotte interne della politica cinese ma, l’inchiesta contro il viceministro, visto il delicato ruolo che ricopre all’interno dell’apparato di sicurezza, fa sorgere il sospetto che ci siano dissapori nella leadership del partito. Gli ultimi due anni sono stati costellati da diverse sfide per Xi Jinping: ha dovuto affrontare la disputa commerciale con gli Stati Uniti, la continua delicata situazione nel Mar meridionale cinese, per non dimenticare le manifestazioni che hanno occupato le strade di Hong Kong per diverse settimane. Il suo operato è stato sotto i riflettori dell’opinione internazionale e del suo stesso popolo, subendo critiche taglienti che, internamente, sono state messe a tacere con l’arresto delle persone che se ne sono fatte portatrici o imbavagliando il dissenso attraverso la censura dei social media. C’è probabilmente un nervosismo crescente che permea alcune decisioni del leader, sempre molto attento a mantenere il più possibile inespugnabile la posizione raggiunta. Che il malessere serpeggiante nel paese possa tradursi in una discontinuità di ciò che è stato deciso nel 2018, quando il Congresso nazionale approvò la rimozione del limite massimo di due mandati presidenziali, non sembra un’ipotesi concreta. È tuttavia evidente che, come per tanti altri uomini politici al mondo, il coronavirus è una sfida politica importante, che può mettere a rischio la posizione dei singoli leader. Una seconda ondata della pandemia in Cina potrebbe sì destabilizzare la leadership di Pechino, ma non tanto da farla decadere.

SPIRITO PATRIOTTICO

Nel frattempo, se da un lato Pechino cercherà di assumere un atteggiamento collaborativo e diplomatico nella gestione dei rapporti internazionali (vedi ad esempio la disponibilità nel fornire apparecchiature e dispositivi medicali o nel congelare i rimborsi di prestiti bilaterali per i paesi più poveri sino alla fine dell’anno e l’accoglimento delle richieste di riduzione del debito da parte dei paesi colpiti dalla crisi inclusi nella” Belt and road initiative), dall’altro continuerà ad alimentare uno spirito patriottico facendo ricorso alla solita retorica che la contraddistingue. La ripresa di alcune proteste a Hong Kong, dopo il rilassamento di alcune delle misure più stringenti del lockdown, ha già provocato la reazione dell’ufficio della Repubblica Popolare nella ex-colonia britannica che ha definito i manifestanti un «virus politico» e ha avvertito che la calma non ritornerà senza la rimozione di costoro, sottolineando che la più grande responsabilità della Cina è mantenere l’ordine e salvaguardare la sicurezza nazionale. Aumenteranno anche le tensioni nel Mar cinese meridionale, dopo che il divieto estivo annuale di Pechino sulla pesca nelle acque contese ha attirato le proteste del Vietnam e delle Filippine. La guardia costiera cinese ha promesso di adottare le «misure più severe» per fermare qualsiasi «attività di pesca illegale» e la decisione, unilaterale, ha scatenato le comunità di pescatori vietnamiti e filippini che hanno esortato i loro governi ad assumere una ferma posizione contro la Cina.

E poi ci sono i rapporti con gli Stati Uniti che si articoleranno su due livelli: il primo sarà lo scontro politico, funzionale alla campagna presidenziale di Trump, il secondo riguarderà il piano della trattativa, con i vari funzionari al lavoro per fare sì che i progressi fatti a gennaio non vadano perduti. Che senso ha, visto la fase recessiva che stiamo affrontando, aggiungere ulteriori elementi di tensione, rimane un punto di domanda che, probabilmente, troverà risposta solo nella tattica e nella convenienza politica. 

a cura di Pinuccia Parini

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