Leadership aziendale sempre più al femminile ma non abbastanza di Ilaria Siena

Gestire contemporaneamente famiglia e lavoro è un impegno che le donne affrontano ogni giorno con dedizione e, sempre più spesso, con successo. Finanziariamente parlando, eccone un esempio.

Forse non tutti sanno che, nell’ultimo decennio, ben 459 delle 500 aziende che compongono l’indice americano S&P 500 hanno avuto come amministratore delegato un uomo. Eppure, le poche (solo 41) aziende con un amministratore delegato donna hanno significativamente sovraperformato le concorrenti a guida maschile:

fra il 2014 e il 2022, il rendimento azionario delle società del S&P 500 guidate da donne è stato del 384%. Confrontato con la performance del 261% delle aziende dirette da uomini, significa il 123% in più. Un risultato notevole:

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Diversi studi recenti dimostrano che non si tratta di un fenomeno casuale: secondo uno studio pubblicato nel 2016 dalla Harward Business Review, il passaggio dall’assenza di donne nella leadership aziendale (nei ruoli quali amministratore delegato, consigliere di amministrazione e altre posizioni di vertice) a una quota femminile del 30% si associa ad un aumento di un punto percentuale del margine netto, che si traduce in un aumento del 15% in termini di redditività per un’azienda.”

Un altro studio pubblicato da S&P Global ha rilevato (per il periodo 2002-2019) che nei tre anni successivi alla nomina di un CFO donna in un’azienda quotata in Borsa, il prezzo dell’azione cresce in media dell’8%.

Sono ancora poche le donne che riescono a raggiungere posizioni ai vertici aziendali. Per questo motivo, quando conquistano ruoli dirigenziali sono spesso le più motivate e dedite al loro lavoro. Come conseguenza, si rivelano altamente performanti e ben posizionate per offrire il loro contributo positivo alla crescita della realtà in cui operano. A questo va aggiunto un aspetto non secondario: la migliore capacità femminile di gestire lo stress. Uno studio del 1989, pubblicato sul Journal of Neurochemistry, 52, 1655–1658 evidenzia come gli uomini tendano a prendere decisioni più rischiose quando si trovano sotto pressione mentre le donne assumano decisioni più prudenti.

Pur avendo più che eguagliato i loro omologhi uomini, in termini di performance aziendale e borsistica, le donne rappresentano solo l’8,2% degli amministratori delegati nelle aziende della lista Fortune 500:

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Se è quanto meno incoraggiante vedere questa percentuale crescere rispetto agli anni precedenti, in una prospettiva più ampia, gli Stati Uniti hanno ancora molta strada da fare rispetto ad alcuni Paesi europei, quando si tratta di parità di genere nelle posizioni di leadership.

Le donne che rivestono ruoli di direzione aziendale rappresentano il 29% negli Stati Uniti, 15 punti percentuali inferiori alla media della Francia dove le donne rappresentano il 44% della forza lavoro che riveste incarichi dirigenziali.

La visibilità delle donne continua a migliorare lentamente, anche se una vera parità di genere a livello senior sembra ancora distante dall’essere raggiunta:

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Per quanto riguarda l’Italia, secondo il rapporto 2023 Women in Business, curato dal network di consulenza internazionale Bernoni Grant Thornton, le posizioni di CEO occupate dalle donne sono aumentate sensibilmente nel 2023 rispetto al 2022, con il 24% di donne ai vertici aziendali (prima erano il 20%) e il 34% nei ruoli nel senior management (30% nel 2022), portando così il nostro Paese nella media europea.

Allo stesso tempo, risulta in forte calo la percentuale di aziende senza presenze femminili nel senior management, attualmente si assesta al 7% (-5% rispetto allo scorso anno), altro elemento che porta l’Italia a posizionarsi virtuosamente ai primi posti dell’Eurozona.

A livello globale, il report evidenzia che tutte le macroaree analizzate hanno superato la soglia del 30% di donne che ricoprono ruoli dirigenziali, pur con una lieve diminuzione nelle aree del G7 e Nord America, che si confronta con una crescita sostenuta in Sud Europa e ASEAN. L’Eurozona si è mantenuta stabile al 33%.

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Il report della Banca Mondiale “Women, Business, and the Law”, pubblicato il 4 marzo scorso, ci dimostra che il divario di genere per le donne sul posto di lavoro è purtroppo ancora ampio anche per quanto riguarda la parità di trattamento economico: le donne guadagnano in media 77 centesimi per ogni dollaro guadagnato dagli uomini. Colmare questo divario, secondo Indermit Gill, capo economista della Banca Mondiale, farebbe aumentare il prodotto interno lordo globale di oltre il 20% – sostanzialmente raddoppiando il tasso di crescita globale nel prossimo decennio – ma le riforme sono lente, si procede “a passo d’uomo” (è proprio il caso di dirlo).

Gli esempi sopra riportati evidenziano come la leadership femminile possa incoraggiare e valorizzare qualsiasi azienda e questo dovrebbe invitare a una riflessione i manager ancora riluttanti nel condividere posizioni direttive con colleghe donne, perché rischiano seriamente di mettersi in una posizione di svantaggio. E’ infatti dimostrato che le aziende che si impegnano in modo significativo nel favorire una presenza più equilibrata fra donne e uomini nelle posizioni di vertice, tendono ad ottenere livelli di successo più elevati. 

Le donne sono portate a fare squadra con i colleghi, sono empatiche e capaci di pensare fuori dagli schemi. Mentre gli uomini tendono ad essere più rapidi nel prendere decisioni anche quando non dispongono di tutte le informazioni, le donne sono generalmente più accorte e riflessive.

Secondo uno studio del 2010, lo spirito di squadra è notevolmente migliorato grazie alla presenza femminile. I benefici per il gruppo di lavoro sono stati particolarmente evidenti.

Senza dubbio, la leadership moderna richiede di essere inclusivi.

Personalmente, sono convinta che la formula del successo consista nel favorire, stimolare, coltivare il talento.

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