Ma Hong Kong serve ancora alla Cina? – di Pinuccia Parini

Alla mezzanotte del 30 giugno 1997 Hong Kong tornava ufficialmente alla sovranità cinese. Dopo una pomposa cerimonia, il Royal Yacht Britannia salpava dalla baia dell’ormai ex-colonia con a bordo l’ultimo governatore, Chris Patten, e il principe di Galles.

La scia del Britannia lasciava dietro di sé 156 anni di governo della Corona britannica e salutava la nascita della Hong Kong special administrative region (Hksar). L’ “handover” di Hong Kong al controllo di Pechino non è stato privo di tensioni e preoccupazioni tra la popolazione locale, tanto che da allora, ogni primo luglio, nella città si tiene una manifestazione in difesa dei diritti umani e della democrazia. In questi ultimi anni nell’ex-territorio britannico ci sono state diverse manifestazioni in difesa della libertà di parola e dei diritti delle minoranze nate spontaneamente.  Nel 2014 le proteste sono durate circa tre mesi, causate dalla decisione del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo di cambiare il sistema elettorale locale. La riforma non è andata in porto, ma il tentativo ha mostrato la sempre più incombente volontà di controllo da parte del Partito comunista cinese e la subordinazione del capo esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam Cheng Yuet-ngor, all’influenza di Pechino.

Negli scorsi mesi le proteste hanno ripreso corpo. I muri sono stati tappezzati di slogan contro il governo della città stato. Un fiume di persone ha bloccato a più riprese il centro urbano per protestare contro l’emendamento alla legge sull’estradizione, che diventerebbe possibile per determinati reati. Nella Hksar sono in vigore accordi sull’estradizione frutto di intese bilaterali con una ventina di stati tra cui però non rientrano la Repubblica popolare cinese, Taiwan e Macao. La decisione di emendare la legge vigente è avvenuta su una richiesta delle autorità di Taipei di trasferire a Taiwan un cittadino di Hong Kong, che aveva commesso un crimine mentre si trovava nel paese e ha alimentato la crescente preoccupazione che l’accoglimento della richiesta taiwanese aprisse la strada a una sempre maggiore ingerenza cinese nella vita della regione.

SEGNALI DI INGERENZA

L’integrazione definitiva di Hong Kong nella Repubblica popolare cinese avverrà solo nel 2047, ma i segnali di ingerenza dell’Impero di mezzo, anche se velati, sono abbastanza evidenti. La regione è un importante centro finanziario ed è considerata una tra le aree economiche più competitive e più libere al mondo. La libertà di cui gode non è nemmeno paragonabile a quella della Cina, ma alcuni critici sostengono che la situazione sta peggiorando. Diversi movimenti per i diritti civili sostengono che le intromissioni di Pechino sono in aumento, soprattutto con interferenze in campo legislativo, guardando ad alcune sentenze, e la scomparsa di alcuni tycoon. Anche gli intellettuali e gli artisti subiscono pressioni che sfociano in autocensura o, anche in questo caso, nella sparizione di cinque librai. C’è poi la questione di come è eletto il capo dell’esecutivo di Hksar, che è votato da un comitato composto da 1.200 membri, quasi tutti molto vicini alle posizioni di Pechino. 

Ma la Cina ha bisogno di Hong Kong? La domanda non è nuova ed è stata oggetto di dibattito sin da quando ha cessato di essere una colonia britannica. Di recente Eswar S. Prasad, professore della Cornell University, ha sollevato la questione in un suo recente articolo Why China No Longer Needs Hong Kong, pubblicato dal New York Times. Prasad sostiene che per molti anni, dopo avere riconquistato il controllo di Hong Kong dalla Gran Bretagna, la Cina ha mantenuto la promessa di rispettare le istituzioni del territorio. “Un paese, due sistemi”, è stato il principio costituzionale, formulato da Deng Xiaoping, per la riunificazione del paese. Negli anni ’80 il grande leader aveva sostenuto che, nonostante si dovesse creare un’unica grande nazione, alcune regioni come Hong Kong e Macao avrebbero continuato a mantenere i propri sistemi amministrativi; il resto della Repubblica popolare cinese avrebbe percorso la strada del socialismo con caratteristiche proprie. Ora però le cose sono cambiate e ciò è reso evidente dalle proteste che si sono moltiplicate nella regione.

UN CANALE DI COMMERCIO

Che cosa è cambiato? «Nel 1997, la Cina aveva bisogno di Hong Kong. Alla Repubblica popolare non era stata ancora permessa l’adesione all’Organizzazione mondiale del commercio, (Wto), quindi gli esportatori cinesi avevano un accesso limitato al mercato globale. Hong Kong era la soluzione: fungeva da canale per il commercio dove le merci provenienti dalla Cina potevano entrare nei porti del territorio e poi essere inviate verso il resto del mondo, evadendo così le restrizioni commerciali imposte dalle nazioni aderenti al Wto a quelle esterne», risponde Eswar S. Prasad.

L’entrata della Cina nel Wto nel 2001, però, ha diminuito l’importanza di Hong Kong quale centro di passaggio delle merci provenienti dal Dragone. Secondo alcune stime, nel 1997 quasi la metà del commercio cinese attraversava Hong Kong, mentre oggi la cifra è inferiore al 12%. Sempre nello stesso anno l’economia della ex-colonia era un quinto di quella della Cina e il reddito pro capite 35 volte superiore. Nel 2018, il Pil di Hong Kong era appena un trentesimo delle dimensioni della Cina. Hong Kong è ancora più ricca, ma il divario si sta restringendo, con il reddito pro capite che ora è cinque volte superiore a quello della Cina. 

Dopo l’“handover” e prima dell’entrata nel Wto, la Cina aveva bisogno di mostrare al mondo il suo nuovo volto di nazione che, per essere accettata in un consesso mondiale, era pronta ad accettare una serie di regole condivise e, soprattutto, “the rule of law”, ovvero lo stato di diritto. La nascita del Hksar era l’occasione perché ciò potesse palesarsi agli occhi di tutti. Inoltre, allora, la regione poteva fungere da testa di ponte per un graduale processo di apertura e internazionalizzazione di Pechino. 

La presenza di Hong Kong come importante centro finanziario e snodo commerciale ha portato grande benefici al continente. Per una nazione che era pronta a iniziare una serie di riforme e di trasformazioni del proprio tessuto economico, la città stato diventava il banco di prova per quello che, una volta testato, sarebbe poi stato implementato su tutta la nazione. Sempre Prasad ricorda che Hong Kong è stata anche utilizzata come campo di prova per la valuta cinese, il renminbi, che poteva muovere i suoi primi passi come divisa internazionale. Hong Kong aveva la fiducia degli investitori internazionali e il renminbi poteva essere scambiato più liberamente lì che in Cina, dove i controlli sui capitali limitavano il movimento dei flussi finanziari. 

Ora però le dimensioni anche delle piazze finanziarie si sono letteralmente capovolte. Le quattro principali banche cinesi sono diventate le quattro più grandi al mondo in termini di attivi. Nel 1997 i mercati azionari cinesi erano appena la metà delle dimensioni di quello dell’ex colonia. Oggi, la loro capitalizzazione si aggira intorno a 8 trilioni di dollari e li colloca tra le maggiori piazze finanziarie del mondo e sono circa il doppio rispetto a quello di Hong Kong. Tutto ciò è avvenuto non perché le dimensioni di Hong Kong si siano ridotte (il valore delle nuove quotazioni in borsa è stato il più alto al mondo nel 2018), ma perché i mercati finanziari cinesi sono cresciuti. Vent’anni fa, per chi voleva investire in Cina, le discussioni erano se Shanghai sarebbe diventata la nuova Hong Kong per il continente. C’era chi sosteneva che il dinamismo della città stato e la sua flessibilità non sarebbero mai state superate da un continente troppo grande e dagli ingranaggi troppo complessi. Non è stato così. Hong Kong ha continuato a crescere, ma la Cina ha fatto altrettanto e con tempi e modi che l’hanno resa una superpotenza. 

UNA MICCIA ACCESA

Le dimostrazioni a Hong Kong continueranno con una frequenza che varierà in base alla volontà del Dragone di fare sentire la propria presenza nelle scelte politiche del governo locale. Il desiderio di Pechino non è certo alimentare lo scontro. Un aumento delle tensioni nella regione potrebbe diventare una miccia accesa, pronta a fare esplodere altre aree di tensione come il Tibet, lo Xinjiang, la Mongolia interna e la stessa Taiwan. Sembra infatti che la decisione del governo di Hong Kong di non procedere con l’emendamento sull’estradizione sia avvenuta su direttive di Pechino. Inoltre, benché la Hksar non sia più così vitale per il continente, rimane un canale strategico per continuare il processo di internazionalizzazione del renminbi, sia attraverso lo “stock connect”, sia tramite il “bond connect”. Inizialmente lanciato a novembre 2014, lo Shanghai-Hong Kong stock connect ha consentito agli operatori internazionali di investire direttamente in azioni quotate alla borsa di Shanghai attraverso Hong Kong e agli investitori cinesi di acquistare azioni quotate a Hong Kong. Lo schema è stato ampliato a dicembre 2016, con il lancio dello Shenzhen-Hong Kong stock connect. L’insieme oggi copre oltre 2 mila azioni di Hong Kong, Shanghai e Shenzhen. Un analogo tipo di schema è stato applicato al mercato obbligazionario nel 2017 e perfezionato l’anno successivo con l’introduzione di incentivi all’acquisto di bond cinesi. Alla fine di giugno di quest’anno il programma ha visto raddoppiare il numero degli investitori stranieri rispetto al 2018, tra cui 62 delle 100 più importanti società di gestione al mondo. Secondo l’indice Economic freedom 2019 della Heritage foundation, quella di Hong Kong è l’economia più libera al mondo. Il suo status giuridico ne ha rafforzato la reputazione di centro del commercio governato dallo stato di diritto. Tuttavia, gli eventi recenti hanno sollevato interrogativi sul futuro, sia alla luce delle tensioni tra Usa e Cina, sia per l’ombra di Pechino che si allunga su questa città al crocevia tra est e ovest.

a cura di Pinuccia Parini

 

tratto da:  https://www.fondiesicav.it/ma-hong-kong-serve-ancora-alla-cina/

 

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