Mongolia, una difficile indipendenza tra Russia e Cina di Pinuccia Parini

Nella “Storia segreta dei Mongoli”, si racconta che la popolazione è discesa dall’accoppiamento di una cerva (gua maral) e di un lupo (boerte chino). Il lupo, tuttora, è un potente simbolo dell’identità e della nazionalità mongola. Nel 2009 Ganhuyag Chuluun Hutagt, viceministro delle finanze dal 2010 e 2012 e oggi uomo d’affari e figura pubblica, coniò il termine “Wolf economy” (l’economia del lupo) per descrivere la rapida crescita del Paese in quegli anni, con la volontà di differenziarne e rimarcarne la diversità dai modelli di crescita dei paesi del Sud-Est asiatico, le cosiddette tigri. Nelle sue parole, il lupo incarnava le caratteristiche economiche del Paese: forza, indipendenza e resilienza. Nel 2011, la Mongolia registrò un incremento del Pil del 17,3%, quando la Cina cresceva del 9,6% e la Russia del 4,3%, i due grandi paesi con cui questo stato del Nord-Est dell’Asia confina.

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Una giovane democrazia

La Mongolia ha un territorio la cui superficie è circa 1,6 milioni di kmq e una popolazione di 3,29 milioni.  Secondo i dati forniti dall’United Nations Development Programme, è il paese più scarsamente popolato del mondo, con un’estensione cha va dal deserto al semi-deserto alla steppa erbosa, con montagne a ovest e sud-ovest. Senza sbocco sul mare, tra Russia e Cina, la Mongolia ha mostrato una crescita costante negli ultimi anni. Il Paese, da un punto di vista storico, assunse rilevanza con l’arrivo nel 1206 di Gengis Khan, che fondò l’Impero Mongolo, uno dei più grandi che vi siano mai stati. 

Con la sua morte, l’impero venne suddiviso in quattro regni che, con il passare degli anni, acquisirono maggiore autonomia. Uno di questi regni, dopo avere invaso la Cina, diede vita alla dinastia Yuan, a sua volta spodestata da quella Ming che, una volta preso il potere, avanzò in Mongolia conquistando e distruggendo la capitale di allora, Karakorum, e segnando così la fine dell’impero mongolo. Seguirono secoli di lotte interne e di avvicendamenti che videro l’ultimo khan rimanere al potere sino al XVII secolo per poi finire, di fatto, sotto il dominio di Pechino con la dinastia Qing, che mantenne il controllo del Paese sino al 1911. La Mongolia ottenne l’indipendenza dalla Cina nel 1921, cui fece seguito la nascita della Repubblica popolare mongola sotto l’influenza dell’Urss, che aveva aiutato la nazione a sconfiggere i cinesi a Ulan Bator, attuale capitale della Mongolia. 

Ma è stato dopo il dissolvimento dell’Unione Sovietica, che la Mongolia ha assistito alla sua rivoluzione democratica relativamente pacifica all’inizio degli anni ‘90, che ha portato a un sistema multipartitico, a una nuova costituzione del 1992 e una transizione verso un’economia di mercato. Si è trattato di un grande cambiamento che ha mutato il tessuto economico del Paese, che ha visto scendere il commercio con la Russia dell’80%, con importanti ripercussioni sul tessuto economico e sociale. Nel 1992 è stata introdotta una nuova costituzione. I rapporti con la Cina, invece, hanno conosciuto alti e bassi, con una definizione dei confini territoriali che venne firmata dai due paesi solo nel 1962. Dagli anni ’90 in poi i rapporti commerciali tra Cina e Mongolia sono andati intensificandosi, tanto che Pechino è diventata il primo partner commerciale. Il Paese è entrato a fare parte del Wto nel 1997.

L’economia del paese

L’economia del Paese si basa soprattutto sullo sfruttamento delle risorse naturali e minerarie: petrolio, carbone minerale, rame, molibdeno, tungsteno e fosfato. Le maggiori attività sono concentrate nella capitale, mentre la pastorizia di sussistenza è l’occupazione prevalente della popolazione che vive nelle aree extra-urbane. In base ai dati del Fmi, il Pil della Mongolia si piazza al 136° posto della classifica per paese, con 14,28 miliardi di dollari. Il contributo dei settori sul valore dei prodotti e dei servizi è così suddiviso: agricoltura 13,2%, industria 36,1% e servizi 50,7%.

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Gli investimenti diretti esteri nelle industrie estrattive della Mongolia hanno trasformato la sua economia, in precedenza dipendente dalla pastorizia e dall’agricoltura. Secondo quanto riporta la Banca Mondiale, negli ultimi 30 anni, la Mongolia si è trasformata in una vivace democrazia, con un Pil che è triplicato dal 1991. Per quanto riguarda il sistema educativo, le iscrizioni alle scuole primarie sono al 97%, insieme a un impressionante calo della mortalità materna e infantile. «Con vaste risorse agricole, zootecniche e minerarie e una popolazione istruita, le prospettive di sviluppo della Mongolia sembrano promettenti a lungo termine, ipotizzando la continuazione delle riforme strutturali», continua la Banca Mondiale.

Il tasso di povertà è diminuito drasticamente dal 38,8% al 21,6% durante il boom economico nel 2010-2014. Tuttavia, tra il 2016 e il 2018, la riduzione è stata disomogenea, in calo nelle aree rurali, ma non nelle aree urbane. Nella prima metà del 2021 la crescita economica è rimbalzata nella prima metà del 2021 grazie a solide esportazioni e all’impennata degli investimenti privati, principalmente nel settore minerario, che ha fatto da traino, grazie alla maggiore domanda cinese di materie prime e all’aumento dei corsi, in particolare durante il primo trimestre del 2021. Le misure di sostegno e di stimolo del governo durante la pandemia si sono tradotte in una maggiore crescita del credito, che ha portato a un incremento degli investimenti e al sostegno della domanda interna, ma, sia il tasso di occupazione, sia i consumi privati si sono contratti per la prima volta dal 2016. La causa di ciò viene individuata, sempre da parte della Banca Mondiale, nell’impatto diffuso della pandemia sul mercato del lavoro e sui generi alimentari. L’istituzione internazionale sottolinea che, per raggiungere una crescita sostenibile e inclusiva, il Paese deve rafforzare la propria governance, sapere gestire in modo efficiente le entrate pubbliche e allocare le risorse in modo efficace, garantendo ai suoi cittadini uguali possibilità.

Il quadro politico

Per quanto riguarda il sistema politico, la Mongolia è una repubblica democratica rappresentativa semipresidenziale. I due maggiori schieramenti politici sono il Partito democratico e il Partito popolare mongolo (Mpp). Il primo è l’espressione di una politica di centro-destra, risultato dell’unione di cinque schieramenti nati all’indomani della rivoluzione democratica del 1990, quando il Paese decise di darsi un sistema multipartitico. Il secondo, il cui nome originario era Partito popolare rivoluzionario, nato come partito comunista nel 1920, rappresenta attualmente uno schieramento socialdemocratico. Dopo un serie di avvicendamenti, ha vinto le elezioni, sia nel 2016, sia nel 2020 e, oltre a essere il partito di maggioranza in parlamento, è quello che ha espresso l’attuale presidente in carica, Khurelsukh Ukhnaa, con una vittoria schiacciante sugli altri concorrenti: ha ottenuto, nel 2021, il maggiore numero di voti degli ultimi trent’anni. La sua agenda punta a sostenere la classe media e a proseguire il piano di lungo termine Vision 2050, che mira a trasformare il Paese in una potenza regionale di primo piano attraverso la lotta alla povertà, creando un’economia più verde, migliorando il sistema educativo e la parità di genere per un migliore accesso al lavoro, ridefinendo la strategia sociale mongola e ponendo al centro i suoi cittadini. 

Una delicata posizione 

Da un punto di vista geopolitico, la Mongolia si trova in un contesto abbastanza delicato, perché è chiusa a tenaglia tra la Cina e la Russia. Con la prima il Paese è legato da una forte dipendenza economica: nel 2020 le esportazioni sono pesate per il 57,7% del Pil (rif.: World Bank), con la Cina come prima controparte. Secondo Moody’s Analytics, il “Dragone” riceve circa il 90% delle esportazioni della Mongolia e le fornisce oltre un terzo delle sue importazioni, mentre il 90% del suo fabbisogno energetico arriva dalla Russia. Oggi la Mongolia mantiene relazioni diplomatiche con 187 stati ed è membro delle Nazioni Unite, con una sovranità che non è più negoziabile. Secondo Bayasgalan Sanallkhundev, della School of international relations and public administration, National University of Mongolia, Ulaanbaatar, fin dalla lotta per l’indipendenza, la Mongolia è stata alla ricerca di un alleato o di un sostenitore su cui potere contare. 

IL TERZO VICINO

Una delle opzioni è stata adottare la politica del “terzo vicino”, con la finalità di allargare le proprie relazioni ad altri paesi che non siano solo i due confinanti. Si tratta di una politica obbligata, legata alla collocazione geografica del Paese e dettata dalla necessità di tenere sì un equilibrio tra due grandi vicini, ma mantenendo, al contempo, relazioni con altri paesi sviluppati. È un impegno a costruire relazioni con le democrazie industrializzate, non necessariamente appartenenti alla sfera dei paesi Ocse, di una nazione che vuole ribadire la propria indipendenza. La politica del terzo vicino, per Bayasgalan Sanallkhundev, non è solo una strategia ordinaria nelle relazioni estere; è un concetto importante per la Mongolia, un paese stretto tra due grandi potenze nucleari.

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Per tale ragione, nonostante la Cina e la Russia la vogliano vedere membro dello Shanghai Cooperation Organization, Ulan Bator preferirebbe parteciparvi come osservatore, per non rinnegare la politica del terzo vicino. Il vero interesse della nazione del Nord-Est dell’Asia è il corridoio economico Cina-Mongolia-Russia, all’interno del quale i tre paesi hanno deciso di sviluppare congiuntamente una serie di progetti legati all’energia, alle infrastrutture e alle costruzioni, che spaziano dalla finanza alla tutela dell’ambiente. 

POLITICA CERCHIOBOTTISTA?

Riuscirà il Paese a mantenere la sua “indipendenza”? Secondo alcuni, il fatto che Cina e Russia stiano intrattenendo relazioni più strette di quelle che avevano da decenni, in gran parte a spese dell’occidente, rende ancora meno probabile che la Mongolia se la cavi con una politica cerchiobottista. «Il timido ritorno della politica di blocco rende difficile rimanere genuinamente non allineati, soprattutto per i piccoli attori come la Mongolia che, oltre alla sua debolezza politica ed economica, ha l’enorme svantaggio strategico di essere bloccata in un abbraccio perpetuo con vicini molto più potenti».

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Inoltre, non aiuta certo il fatto che il potenziale terzo vicino non mostri particolare interesse nei confronti della Mongolia, sia quest’ultimo gli Stati Uniti, il Giappone o la Corea del Sud.  

Le recenti evoluzioni nel contesto internazionale, con lo scoppio della guerra tra la Russia e l’Ucraina, rischiano di creare seri problemi alla Mongolia, vista la dipendenza economica dalla prima. Come riportato da Reuters, la Banca centrale della Mongolia ha avvisato che la maggior parte del suo commercio estero è facilitato dalle banche russe e che si procura quasi tutto il petrolio dal suo vicino settentrionale, che ora sta affrontando pesanti sanzioni. Il governatore della banca Lkhavgasuren Byadran ha avvertito che esiste il rischio che i pagamenti non possano essere effettuati e che anche le consegne di cibo e beni di consumo dall’Europa subiscano interruzioni. Si prospetta un periodo non facile per il Paese. 

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