Overview Effect di Roberto Bonzio

“Vedere la Terra dallo spazio ti cambia. Cambia il tuo rapporto col pianeta, con l’umanità. E’ una sola Terra”.

Non tutti possono permettersi di realizzare i propri sogni infantili, come Jeff Bezos, l’uomo più ricco di questa Terra, che ha annunciato così per il prossimo 20 luglio la sua partenza per un breve viaggio nello spazio, prima missione della sua compagnia di turismo spaziale Blue Origin. Ci sono pochissimi altri posti a disposizione a fianco del fondatore di Amazon e a suo fratello Mark, al quale ha gentilmente offerto il viaggio. Secondo The New York Times, i candidati sono quasi 6mila da 143 Paesi, che se li contenderanno all’asta, prezzo base 2,8 milioni di dollari.

Ma quel “vedere la Terra dallo spazio ti cambia” è molto più di una dichiarazione ispirata dall’emozione di un miliardario. Da anni infatti, gli scienziati stanno studiando un fenomeno chiamato Overview Effect, sperimentato da diversi astronauti a cominciare da Yuri Gagarin, in particolare però da quelli che hanno vissuto per un periodo sulla stazione spaziale orbitante, tra loro Paolo Nespoli. Si tratta di un cambiamento cognitivo irreversibile, che ha accomunato molti di quanti hanno visto la Terra dallo spazio. L’immagine di un pianeta piccolo e sospeso nel vuoto, in cui i confini non esistono, circondato da una sottile atmosfera, ha ispirato loro fortemente la consapevolezza che il pianeta sia un tutt’uno, che senza conflitti o barriere l’umanità debba impegnarsi per proteggerlo.

Eravamo andati verso la Luna per esplorarla e quel che davvero facemmo con Apollo 8 fu esplorare la Terra” disse al ritorno Bill Anders,

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che nel 1968 partecipò alla prima missione che uscì dall’orbita terrestre passando attorno alla Luna. E l’impressione su quegli esploratori del proprio pianeta visto da lontano fu più forte della suggestione della superficie lunare, che l’anno dopo con Apollo 11 Neil Armstrong e Buzz Aldrin calpestarono per primi.

A studiare per primo il fenomeno, coniando il termine Overview Effect nel suo omonimo libro del 1987 fu Frank White, mentre oltre trent’anni dopo, 2018, la fondazione non profit SpaceBuzz

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ha lanciato un ambizioso progetto di realtà virtuale online per far provare con un programma educativo l’esperienza dell’Overview Effect a tutti i bambini del mondo, convinti che sia il modo migliore per far di loro i veri Ambasciatori della Terra, consapevoli delle responsabilità per la sua tutela.

Se Overview Effect è esperienza di rivelazione e consapevolezza… per me lo è stato ancor di più scoprendone l’esistenza solo di recente, dopo aver raccontato dal 2017 in uno spettacolo l’idea bizzarra di un protagonista della controcultura californiana che già nei primi anni Sessanta si era lanciato in una campagna solitaria per chiedere alla NASA di rendere pubbliche le prime foto scattate dallo spazio della Terra.

Stewart Brand è considerato la figura chiave nell’incrocio tra controcultura e tecnologia. E il mio spettacolo “Dobbiamo tutto agli Hippie. Alle radici della New Economy”, per la regia di Alessio Mazzolotti,

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ha preso spunto proprio dal titolo di un suo celebre articolo sulla rivista Time,

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in cui a metà anni Novanta aveva scritto: “Dimenticale le proteste contro la guerra, Woodstock e i capelli lunghi. La vera eredità della generazione Anni Sessanta è l’industria del personal computer”.  

La terra vista dallo spazio compariva nelle copertine della pubblicazione di culto che Brand curò in quei creativi anni Sessanta, “The Whole Earth Catalog”, il catalogo della Terra intera, una sorta di eccentrico Internet su carta… prima che esistesse Internet. L’ultima pagina dell’ultimo volume, si chiudeva con le parole immortalate da Steve Jobs che lo citò nel celebre discorso agli studenti di Stanford del 2205: “Stay Hungry, Stay Foolish”.

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È così che si sta al mondo: affamati, di conoscenza, folli al punto di non temere di andare sempre controcorrente.

Oggi Stewart Brand è l’ispiratore della The Long Now Foundation

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fondazione che con la partecipazione di figure di primo piano del mondo della scienza e dell’innovazione (tra loro il musicista Brian Eno), per promuovere il pensiero a lungo termine sta lavorando da anni a un progetto “folle”, che fonde tecnologia e utopia: costruire un orologio capace di funzionare da solo per centinaia di anni.

Ma Brand, classe 1938, non aveva ancora trent’anni quando girava San Francisco con un cilindro in testa e quei cartelli che chiedevano alla NASA di pubblicare le foto della Terra, convinto che questo avrebbe stimolato la consapevolezza di quel che siamo: abitanti di un pianeta piccolo, fragile, sospeso nel vuoto, in cui confini e beghe non contano, che va protetto pensando alle conseguenze delle nostre azioni non fra dieci ma fra mille anni.

Stewart Brand, Marin County, California, 1978. [Immagine di Larry Keenan ] A destra: Whole Earth Catalog , 1968. Clicca sull’immagine per accedere alla fonte

Da visionario, Stewart Brand l’Overview Effect l’aveva immaginato e questo è un motivo in più di riflessione. Non solo su come agire consapevolmente, anche sull’attenzione che meritano Affamati e Folli spesso incompresi e irrisi, visionari che invece sanno guardare lontano molto prima degli altri.

Oggi che siamo così assuefatti a quelle immagini dallo spazio infinito, è stato qualcosa di infinitamente piccolo, un virus, a darci una Nuova Consapevolezza. Non esistono muri o barriere che proteggendoci dagli “altri” ci garantiranno la sicurezza. Soltanto tutti assieme ci salveremo, proteggendo il futuro di un pianeta piccolo, fragile, sospeso nel vuoto, in cui confini e beghe non contano, pensando alle conseguenze delle nostre azioni non fra dieci ma fra mille anni.

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