Sol Levante, non solo shunto di Pinuccia Parini

La decisione della Bank of Japan di alzare i tassi d’interesse ha forse posto fine a un contesto che, grazie alle politiche monetarie estremamente accomodanti, ha permesso a molte “zombie company” di continuare a svolgere la propria attività.

Clicca sull’immagine per accedere alla fonte

Con questo termine, secondo la Bank for International Settlements, si definiscono le imprese che non sono in grado di coprire i costi del servizio del debito con i profitti correnti per un periodo prolungato. Alla fine di novembre, il Giappone ne contava 251 mila (circa una società su sei). 

La pandemia, in particolare, ha fatto aumentare il numero di queste aziende, sostenute dai massicci stimoli finanziari del governo alle piccole e medie imprese. Mentre la Banca centrale ha chiarito che le condizioni finanziarie accomodanti saranno mantenute «per il momento», ulteriori rialzi dei tassi potrebbero provocare forti contraccolpi alle realtà più deboli, a fronte di una crescita dei costi di indebitamento. Tuttavia, non è detto che questo fenomeno debba essere considerato in modo negativo, visto che potrebbe portare alla creazione di un tessuto imprenditoriale e produttivo più solido.

FALLIMENTI IN AUMENTO

Secondo uno studio pubblicato nel 2019 dal Ministero dell’economia, del commercio e dell’industria, in Giappone le Pmi rappresentano il 99,7% delle imprese: l’84,9% è costituito da piccole imprese, mentre il 14,8% è di media dimensione. In termini di valore aggiunto, mentre le large cap pesano per il 47,1%, le medie e le piccole contribuiscono, rispettivamente, per il 38,9% e il 14%. In base a quanto pubblicato da Tokyo Shoko Research, il numero di fallimenti di aziende con un passivo di almeno 10 milioni di yen nell’anno fiscale 2023 è aumentato del 31,5% rispetto ai 12 mesi precedenti, soprattutto tra le Pmi a causa della loro difficoltà ad alzare i prezzi per riflettere la crescita dei costi, a partire dalle materie prime. Una delle ragioni alla base del fenomeno è stata la carenza di mano d’opera. In tutto, si sono verificati 9.053 fallimenti aziendali, con passività totali per 2.463.078 milioni di yen (con un aumento del 5,9%). Tuttavia, ci sono stati 6.723 casi (74,2% del totale) con debiti inferiori a 100 milioni di yen. 

Per il secondo anno consecutivo, tutti i 10 settori hanno registrato un peggioramento rispetto all’anno precedente. L’industria delle costruzioni, che continua a dovere affrontare i prezzi elevati dei materiali, l’aumento del costo del lavoro e la carenza di manodopera, ha registrato l’incremento maggiore (+39,4% rispetto all’anno precedente e ben 1.777 casi), mentre i servizi hanno registrato 3.028 fallimenti, con un aumento del 34,8%. Il commercio all’ingrosso ha conosciuto un incremento del 27,0% e quello manifatturiero del 25,4% (rispettivamente con 1.048 e 1.006 casi). Se da un lato lo yen ha continuato a deprezzarsi, dall’altro gli elevati costi di approvvigionamento e dei materiali non si sono trasferiti sui prezzi, incidendo sul flusso di cassa. A causa del persistente rialzo del costo di carburante, il segmento dei trasporti, che deve fare fronte alla mancanza di autisti, ha riportato un incremento dei default del 25,6%. Per quanto riguarda altri settori, le percentuali si attestano al +12% nell’agricoltura, silvicoltura e pesca, al +29,9% nel commercio al dettaglio, +7,6% nel finanziario e assicurativo, +15,1% nell’immobiliare e +35,2% nell’informazione e comunicazione.

LE NEGOZIAZIONI SALARIALI

Al cambiamento delle politiche monetarie si è aggiunta anche una significativa crescita delle retribuzioni: la prima serie di dati sulle contrattazioni salariali (shunto) ha indicato un incremento del 5,28%, rispetto a richieste sindacali del 5,85% e del 3,7% della paga base, percentuali superiori a quelle del 2023. I sindacati più importanti hanno ottenuto i maggiori aumenti della retribuzione base. È interessante notare che, sino al 2022, le aziende più piccole tendevano ad avere una crescita più sostanziosa della retribuzione di base, che si è però invertita nel 2023 e la disparità è diventata ancora più ampia nel 2024, probabilmente legata al fatto che queste ultime hanno meno capacità di sostenere consistenti aumenti retributivi come avviene per le grandi aziende.

PREZZI E SALARI

A questo punto, la domanda da porsi è se sia iniziato un ciclo virtuoso e sostenibile tra prezzi e salari. Una premessa importante è che l’aumento salariale in Giappone è composto da due parti: quello ordinario annuale e quello sulla retribuzione di base. Quest’ultimo, secondo uno studio fatto da Tsuru Kotaro, professore presso la Graduate School of Business & CommerceKeio University e program director del Research Institute of Economy, Trade and Industry, è il fattore decisivo a livello economico e, di conseguenza, del tasso di inflazione. «L’aumento periodico della retribuzione determina la curva salariale, che rappresenta la relazione tra il numero di anni di lavoro e il salario, ed è un elemento critico del tradizionale sistema giapponese basato sull’anzianità. Tuttavia, se il tasso di aumento rimane invariato anno dopo anno, l’incremento periodico delle retribuzioni non cambia l’importo totale dei salari pagati dai datori di lavoro, a meno che non mutino i dati demografici, perché i dipendenti anziani più pagati vanno in pensione e vengono sostituiti da nuove leve con salari inferiori. In questo caso, anche a livello economico, l’importo totale dei salari pagati rimane costante». 

A partire dagli anni ‘90 sino agli inizi del 2000, sempre secondo lo studioso, le grandi aziende giapponesi, per adattarsi ai cambiamenti del contesto circostante, sono state costrette a limitare l’assunzione di nuovi laureati, ad aumentare la percentuale di dipendenti non regolari nella forza lavoro e a contenere la crescita della retribuzione di base in cambio del mantenimento dei dipendenti regolari di mezza età e anziani. 

MEMBERSHIP-TYPE EMPLOYMENT

Così facendo, il sistema salariale basato sull’anzianità, che costituisce il fulcro del membership-type employment, tipico del Giappone, è stato mantenuto: esso si fonda sull’idea che l’azienda e i dipendenti condividano gli stessi interessi e fa sì che il personale nutra un senso di dedizione e lealtà verso la società per cui lavorano e sia disponibile ad adattarsi alle esigenze del momento, occupando mansioni trasversali. Di solito, i salariati vengono assunti subito dopo la laurea e la loro formazione avviene sul posto di lavoro. Ma tutto ciò non rappresenta l’unica ragione per spiegare la mancata crescita della remunerazione di base. Poiché le aziende che adottano questo sistema sono solite mantenere i dipendenti a tempo indeterminato fino al raggiungimento dell’età pensionabile, «i costi del personale devono essere considerati in termini di importo totale cumulativo dei salari pagati fino al pensionamento. Si tratta di un costo fisso, piuttosto che variabile, ed è essenzialmente un investimento», conclude Tsuru Kotaro. 

Non è certo facile creare un ciclo virtuoso prezzi-salari e ciò può essere ascrivibile al modo con cui le imprese si comportano nel fissare i primi e all’ambiente competitivo. Le aziende giapponesi tendono a operare in modo simile tra loro per paura di perdere quote di mercato. In sintesi, sembra che in Giappone siano in atto dinamiche tipiche di una concorrenza che riduce i prezzi.

LE SFIDE FUTURE

Il mondo del lavoro giapponese si trova ora ad affrontare molteplici sfide: la contrazione della mano d’opera, la bassa produttività, i livelli salariali e le disparità digitali tra i salariati. È una situazione non dissimile rispetto a quella di altre economie sviluppate, ma con un grave problema demografico: si prevede che nel 2030 la popolazione del Sol Levante in età lavorativa sarà pari al 92% del livello del 2020 e al 68% nel 2050. Diventa quindi necessario affrontare il tema del divario di offerta che si verrà a creare e, contestualmente, puntare sulla riqualificazione del personale in un periodo di continui cambiamenti e innovazioni. 

È tuttavia impossibile pensare ai mutamenti senza che siano state riviste, nello stesso tempo, le pratiche lavorative e la gestione delle risorse umane: il membership-type employment mostra i suoi limiti, non stimola lo sviluppo delle competenze dei singoli ed è stato superato dagli eventi e dalle esigenze delle giovani generazioni. È un sistema che ha funzionato per anni, grazie anche alla deflazione che non erodeva il potere d’acquisto dei salari. Il governo si è impegnato a proporre alcune modifiche all’interno del mercato del lavoro: occorrono cambiamenti strutturali e nuove strategie da parte delle stesse aziende, perché i soli aumenti salariali non bastano. 

Inoltre, come menzionato in precedenza, il tessuto giapponese mostra la presenza di un numero consistente di piccole imprese all’interno delle quali è necessario un consolidamento o una riorganizzazione dell’attività che possa aiutare a sostenere il tessuto economico del Paese. La pandemia ha provocato uno shock importante da diversi punti di vista e ha segnato anche il ritorno dell’inflazione, cui le aziende devono rispondere con nuovi modelli di business e diverse politiche salariali, soprattutto di fronte a un’inversione di tendenza dei tassi d’interesse. Si potrebbe assistere a cambiamenti epocali.

a cura di

Tratto da: