Tu non mi lascerai

Una delle parole più utilizzate in questo momento è “priorità”. È talmente usata che ha finito per veder svilito il suo significato. Per esempio quando si parla di crescita economica ci si dimentica che la componente più importante è quella demografica. In poche parole o i bambini ce li facciamo noi italiani o li prendiamo da qualche parte già fatti.

A prescindere da ogni scontata valutazione sulla necessità di trasformare una parte del popolo dei migranti in popolo di italiani, affinché siano cittadini in regola ma anche contribuenti e consumatori, è prioritaria la tutela che si vuole concretamente dare alla famiglia e ancora di più alla madre.

Anche qui è evidente che la crisi della famiglia nei paesi sviluppati passa dall’amplificarsi della remunerazione del capitale a scapito del lavoro, si concretizza nel progressivo venir meno del potere d’acquisto della classe media, si palesa nei minori diritti dei lavoratori a favore di una flessibilità di stampo anglosassone che favorisce di fatto solo l’impresa.

In termini di natalità l’impatto sulla famiglia è duplice ma i numeri ci dicono che è la donna, la madre, la più sacrificata e sacrificabile. Il dato di dicembre 2020 sugli occupati è noto: meno 101.000 lavoratori di cui ben 99.000 donne.

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Scrive Silvia, una lettrice:

Continuiamo a parlare di equità di genere senza considerare l’elefante nella stanza, la maternità.  Ah ma per quello ci sono asili nido, bonus baby sitter e perfino incentivi economici per chi rinuncia al congedo… Appunto. Questo equivale a percepire la maternità come un problema e non come un valore. Per risolvere il problema, cancelliamo la maternità il più possibile. Così le donne continueranno ad essere costrette a scegliere tra carriera ed essere sé stesse… Quelle che faranno carriera saranno quelle che hanno negato, almeno in parte, la maternità, e perpetueranno lo stereotipo a danno delle generazioni successive. È che mi piacerebbe che si parlasse di conciliazione della maternità (e paternità) con la vita lavorativa come parte di un discorso più generale di conciliazione con la vita privata. Per dire, se il movimento fisico è riconosciuto come valore, le ditte mettono la palestra in azienda, non dicono ai dipendenti di pagare qualcun altro per fare esercizio fisico al posto loro… (Paragone estremo ma calzante, se consideriamo l’impatto sulla salute di tutti gli allattamenti interrotti o nemmeno iniziati perché ritenuti, ingiustamente, in conflitto con il lavoro…). Rendere la maternità e paternità un valore consentirebbe una vera parità di opportunità, perché la donna che sceglie di lasciare indietro il lavoro per la famiglia (e se è una libera scelta dovrebbe poterlo fare) non sarebbe di “serie B” rispetto né agli uomini né alle donne meno “angelo del focolare” che per scelta privilegiano l’impegno lavorativo su quello familiare. Libertà di scelta, è tutto qui il punto. Argomento difficile e spinosissimo da sollevare perché si viene attaccati da tutte le parti!”

Poi arriva la giornata delle mimose e tutto assume i toni fiabeschi e magari vai pure ad aprire alla porta per riceverle regalate dal tuo ex fidanzato od ex marito per ricadere nel tunnel della violenza e della latitanza del diritto.

In questo percorso madri, sorelle e figlie si ritrovano abbandonate, sole, negate, e alle difficoltà lavorative o contrattuali, alla tenacia con cui devono portare avanti a propria famiglia, si affianca l’impossibilità di difendersi fino alla eventualità che ciò sia per sempre.

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Si ha quasi la sensazione di dover fermare il vento con le mani. Agli occhi dell’uomo della strada sembra impossibile che questo fenomeno non possa essere arrestato, coinvolgendo se necessario un’applicazione inversa della legge in termini di libertà dei soggetti coinvolti. Nello stesso rapporto ISTAT è evidente come nel caso di omicidio di una donna la persona sia perfettamente conosciuta e spesso già segnalata o denunciata alle autorità competenti.

È però possibile che ancora una volta la famiglia debba tornare protagonista. Questi uomini hanno avuto una mamma magari anche una sorella e una figlia. È la famiglia il primo ambito in cui si apprendono il rispetto e i valori che per sempre segneranno la nostra esistenza.

Oggi con i lettori di Mork & Mindy vorrei fermarmi un attimo a riflettere su tutto questo e vorrei farlo con la visione di un filmato:

Il video è stato realizzato da ASD Arteka e LinkiAMO in occasione della giornata contro la violenza sulle donne promossa dal Municipio 6 di Milano.

Abbiamo chiesto a Massimo Bertani protagonista della prima scena di scrivere due parole con cui chiudiamo il pezzo di oggi:

L’idea era semplice.

Prima scena: l’uomo canta “Tu non mi lascerai” ai suoi piedi la donna morta.

Seconda scena: una donna pietosamente tiene in braccio la donna morta e pietosamente le accarezza il viso. Nessuna voce, nessuna denuncia, nessuna indignazione: solo pietà.

Che cosa mi è rimasto di tutta questa cosa? La canzone “Tu non mi lascerai”, la concentrazione e l’“accogliente“ volto della donna pietosa (Marina Candia), la musica di Mozart e la frase di Dostoevskij.     

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