Vietnam, una crescita in un mare in tempesta – di Pinuccia Parini

Nick Út, è un fotografo vietnamita, attualmente cittadino americano, che nel 1972 scattò la fotografia a Kim Phúc, una bambina gravemente ustionata in fuga dal suo villaggio Trang Bang, vicino a Saigon, colpito e distrutto dai bombardamenti durante la guerra del Vietnam. Un gruppo di cacciabombardieri del Vietnam del Sud, sganciò bombe al napalm su quelle che pensavano fossero divisioni nordvietnamite, ma erano di fatto presidi delle loro forze armate, dove si erano rifugiati alcuni civili. Nel tempio del villaggio si trovava Kim Phúc, insieme ai suoi fratelli e parenti. L’immagine ritrae Nick Út che corre disperata, senza abiti addosso, bruciati, insieme al suo corpo che porta ancora le tracce e i dolori causati da quelle ustioni. Út oggi continua a lavorare, come allora, per la Associated Press, mentre la protagonista della foto più famosa che fu scattata durante la guerra del Vietnam, è sopravvissuta e, da rifugiata politica, si è ricostruita una vita in Canada. Oggi Kim Phúc è a capo della The Kim Foundation International a sostegno delle organizzazioni che si occupano di soccorrere i bambini feriti o menomati a vita durante i conflitti, testimone in prima persona dei devastanti impatti che questi hanno sulla popolazione civile, e continua a sottoporsi a cure per lenire le ustioni causatele dal napalm. 

Il paese ha trovato il suo percorso di pacificazione ed è diventato uno stato unico: la Repubblica Socialista del Vietnam. Lo sviluppo degli ultimi 30 anni è stato notevole. Le riforme economiche e politiche che iniziarono nel 1986 con lo scopo di creare «un’economia di mercato orientata al socialismo», indicata con il termine “Ðôi Mói”, hanno stimolato una rapida crescita economica, trasformando quella che all’epoca era una delle nazioni più povere del mondo. Tra il 2002 e il 2018, oltre 45 milioni di persone sono uscite dallo stato di povertà, passando da oltre il 70% della popolazione a meno del 6% (3,2 dollari al giorno PPP) e il Pil pro capite è aumentato di 2,5 volte, superando 2.500 dollari nel 2018 (rif. www.worldbank.org/en/country/vietnam/overview). 

Nei vent’anni, dal 1986 al 2006, il “Ðôi Mói”, ha trasformato un’economia pianificata a livello centrale dallo stato a una orientata al mercato. Ci sono state diverse fasi che hanno caratterizzato questo passaggio e che hanno reso possibile il cambiamento del paese.

UN RUOLO IMPRENDITORIALE

La prima diede inizio al piano di riforme, dove i politici assunsero un ruolo “imprenditoriale” (1986-1994), smantellando il modello sovietico di piani quinquennali sulla produzione agricola e industriale. Ciò comportò momenti di acuta crisi come quella scoppiata nel 1986, con l’economia in recessione e un’iperinflazione del 775%, a causa di politiche salariali ormai inadeguate. La risposta del governo fu promuovere un modello di economia multisettoriale, riconoscendo il diritto alla proprietà privata, aprendo le porte al commercio e agli investimenti esteri, che nel 1994 raggiunsero il 10% del Pil. Il cambiamento del diritto societario, nel 1990, diede un forte impatto al tessuto imprenditoriale e divenne un vero e proprio motore della crescita economica, insieme alla revisione della costituzione nel 1992 che riconobbe una serie di diritti umani sino ad allora ignorati. 

Gli anni tra il 1995 e il 1999 furono quelli dell’integrazione economica con la normalizzazione delle relazioni commerciali con gli Stati Uniti, che si allargò ad altre economie mondiali e aprì la strada ai finanziamenti sia della World Bank, sia dell’Asia Development Bank. Gli equilibri politici all’interno del governo, guidato dal Partito comunista vietnamita (Pcv), per quanto a volte precari, non pregiudicarono il percorso di riforme intrapreso. L’impulso alla crescita fu tale che il Pil crebbe del 9,5% nel 1995 e del 9,3% nel 1996. Il momento economico favorevole e il modello di crescita ancora non completamente liberalizzato permisero al Vietnam di passare abbastanza indenne dalla crisi asiatica del 1998. 

NEL 2000 IL VIA ALLA BORSA

Il vero e proprio boom economico e il cambiamento culturale avvennero tra il 2000 e il 2006, grazie a un contesto globale favorevole, alla prosecuzione delle riforme, agli investimenti esteri e allo smantellamento delle aziende improduttive statali, attraverso un processo di privatizzazioni. Nel 2000 venne anche inaugurata la borsa finanziaria, la cui capitalizzazione passò dall’iniziale 1% del Pil al 22,7% nel 2006, per arrivare al 51,9% nel 2018 (https://www.ceicdata.com/). In modo analogo a quanto successo per altre economie del Sud-est asiatico, la grande crisi finanziaria ebbe un impatto devastante in un’economia che, per quanto fosse cresciuta, non aveva ancora completato la propria fase di transizione e fu vittima di speculazioni che ne danneggiarono il tessuto. L’inflazione, che dal 1996 al 2019, ha avuto un tasso medio del 6,22%, nell’agosto del 2008 schizzò al 28,24%, dal -2,60% del luglio del 2000. Nel 2009 scoppiò anche la bolla che si era creata sul mercato azionario, con l’indice di riferimento che passò dal massimo di 1.137 agli inizi del 2007 a 245. Il mercato immobiliare registrò una caduta libera dei prezzi e il sistema bancario sprofondò in una grave crisi, vittima anche degli speculatori che approfittarono della situazione di crisi del paese. Furono anni difficili, ma che permisero di misurarsi con l’economia di mercato, con i pro e con i contro e, soprattutto, di gettare basi più solide per una nazione il cui ruolo diventava più importante nella regione. 

Qual è la situazione attuale del Vietnam? A medio termine, secondo la World Bank, le prospettive economiche sono positive, nonostante i segnali di moderazione della crescita. Dopo avere raggiunto il picco del +7,1% nel 2018, l’incremento del Pil reale nel 2019 dovrebbe rallentare leggermente a causa di una domanda esterna più debole e del continuo inasprimento delle politiche creditizie e fiscali. Le previsioni sono che questo dato rimanga solido intorno al +6,5% nel 2020 e nel 2021. L’inflazione complessiva annua è rimasta stabile per sette anni consecutivi. Nel 2018 il Vietnam si è collocato al 22° posto tra i paesi esportatori con una crescita del 35,7% rispetto all’anno precedente e una bilancia commerciale per ora positiva.

Il saldo con l’estero rimane sotto controllo e dovrebbe continuare a essere finanziato da forti flussi di investimenti diretti che hanno raggiunto quasi 18 miliardi di dollari nel 2018, cioè il 24% circa di quelli totali. Analizzandone lo spaccato settoriale, si rileva che il 33% riguarda l’industria manifatturiera, il 28% l’immobiliare e le costruzioni, il 13% il tessile, il 10% l’energia e le risorse naturali e il 2% l’alimentare (il 10% è costituito da una miscellanea di settori). Tra le nazioni che investono maggiormente, il Giappone pesa per il 37%, seguito dalla Corea del Sud con il 20%, Singapore, Tailandia e Cina con il 7%.

ALLEANZE COMMERCIALI

Nonostante le difficoltà all’indomani della crisi globale, il Vietnam rimane una delle economie asiatiche con il più alto tasso di crescita e le prospettive future sono positive grazie anche alle alleanze commerciali strette attraverso 13 accordi Fta (Free trade agreement) e il The comprehensive and progressive agreement for trans-pacific partnership (Cptpp), l’accordo commerciale tra Canada, Australia, Brunei, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam. Una volta implementato, il Cptpp coinvolgerà un’area che peserà per il 13,5% del Pil globale, composta da 11 nazioni e 495 milioni di consumatori (rif. https://home.kpmg/content/dam/kpmg/vn/pdf/publication/2019/Make_in_Vietnam_2019_and_beyond.pdf). 

Geograficamente il paese si trova in una regione che conta 290 milioni di persone e fa parte dell’Association of south east asian nations (Asean), l’organizzazione intergovernativa che promuove a livello regionale la cooperazione e facilita l’integrazione politica, economica, militare, educativa e socio-culturale. 

ASPETTATIVA DI  VITA ALTA

A livello demografico il Vietnam presenta caratteristiche simili a quelle di paesi omologhi: la popolazione ha raggiunto 97 milioni nel 2018 ed è prevista in espansione a 120 milioni prima di stabilizzarsi intorno al 2050, con il 70% di età inferiore a 35 anni e un’aspettativa di vita di 76 anni, che è tra le più alte tra i paesi della regione con livelli di reddito simili. Il 35,8% vive nelle grandi città e il tasso di urbanizzazione è del 2,59% (livello del 2017) e l’accesso alle infrastrutture moderne è migliorato significativamente: il 99% usa l’elettricità (nel 1993 era solo il 14%) e il 95% di coloro che vivono nei centri urbani ha accesso all’acqua pulita. La classe media è in aumento e, dall’attuale 13%, è previsto che diventi il 26% della popolazione nel 2026. 

Ciononostante, la crescita del paese ha lasciato anche strascichi negativi, soprattutto in termini di sfruttamento delle risorse naturali e di degrado ambientale. Dei 122 fiumi più inquinanti al mondo che contribuiscono per oltre il 90% allo sversamento di plastica in mare, 103 si trovano in Asia, otto in Africa, otto in Sud e Centro America e uno in Europa. Tra questi c’è anche il Mekong in cui si riversano i rifiuti inquinanti dei siti industriali nelle vicinanze e che fornisce di risorse idriche le nazioni che attraversa: Vietnam, Laos, Cambogia, Cina e Myanmar. Il problema è molto sentito, sia per la salute umana, sia per gli impatti sulle attività produttive. Occorrono politiche che affrontino le prospettive del prossimo futuro, mitigando i danni ambientali e con più attenzione per l’ecosistema in generale. Il governo è consapevole della necessità di intervenire in questa direzione e vede in ciò l’opportunità di generare nuova crescita. 

Il Pil del Vietnam dovrebbe quindi continuare a rafforzarsi, non particolarmente toccato dalle dispute commerciali, e sostenuto anche dalla rilocalizzazione di alcune produzioni dalla Cina. Il 2020 dovrebbe inoltre generare un rinnovato slancio politico grazie a due importanti eventi: la presidenza a rotazione annuale dell’Asean e il seggio non permanente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, conteso su base regionale e con una durata di due anni. Non va dimenticato inoltre che, quest’anno è di transizione per il Partito comunista vietnamita, in vista del Congresso nazionale che si terrà a gennaio 2021.  I vari responsabili politici saranno molto attenti a calibrare la politica estera con quella interna, sia nel salvaguardare la propria sicurezza (vedi la questione del Mar della Cina meridionale), sia nel creare ulteriore spazio a livello commerciale, sia nel gestire una fase di transizione politica interna, in un mondo in cambiamento, in un paese che non è certo un esempio di difesa dei diritti umani.

a cura di Pinuccia Parini

tratto da: https://www.fondiesicav.it/vietnam-una-crescita-in-un-mare-in-tempesta/

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